Aveva 84 anni quando fu trascinata via dalla sua casa nel kibbutz Nir Oz, il 7 ottobre 2023. Per gran parte dei 53 giorni trascorsi in prigionia a Gaza, Ditza Heiman fu custodita, secondo la sua testimonianza, nell’abitazione di un uomo che le disse di essere un insegnante dell’UNRWA. Quasi tre anni dopo, sua figlia Neta Heiman Mina ha portato quella storia dentro le Nazioni Unite, trasformandola in una domanda che riguarda il futuro stesso dell’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi.
Il 15 settembre, davanti alla 63ª sessione del Consiglio per i diritti umani a Ginevra, Heiman Mina ha raccontato che sua madre rimase per 48 giorni nelle mani dell’insegnante, chiamato Abed, in condizioni durissime e con pochissimo cibo. L’intervento, pronunciato per conto di UN Watch e dell’organizzazione Ingénieurs du Monde durante una sessione dedicata all’educazione ai diritti umani, è durato appena novanta secondi. Il punto sollevato, però, va molto oltre la vicenda individuale di un ostaggio. Come può un’istituzione delle Nazioni Unite affidare l’educazione dei bambini a persone coinvolte, se le accuse vengono confermate, nel sequestro di civili israeliani? È la questione posta da Heiman Mina, che ha ricordato anche altri casi riguardanti dipendenti dell’agenzia.
Il più noto precede di molti anni il massacro del 7 ottobre. Suhail al-Hindi, già preside di una scuola dell’UNRWA e dirigente del sindacato del personale dell’agenzia a Gaza, ebbe sotto la propria rappresentanza circa 8.000 insegnanti. Nel 2017 l’UNRWA lo sospese e successivamente lo licenziò dopo aver verificato la notizia della sua elezione nell’ufficio politico di Hamas. L’agenzia sostiene di essere intervenuta appena ottenuta conferma formale della sua appartenenza alla direzione del movimento islamista.
Dopo il 7 ottobre la questione ha assunto dimensioni ancora più gravi. Nel 2024 l’Office of Internal Oversight Services delle Nazioni Unite ha esaminato le accuse mosse contro 19 dipendenti dell’UNRWA. Per uno di loro non furono trovati elementi a sostegno delle accuse e per altri nove le prove furono giudicate insufficienti. Nei restanti nove casi, secondo l’organismo investigativo dell’ONU, gli elementi raccolti indicavano che i dipendenti avrebbero potuto essere coinvolti negli attacchi. L’UNRWA decise di interrompere il loro rapporto di lavoro.
È un passaggio essenziale anche per comprendere la complessità dello scontro attorno all’agenzia. L’UNRWA respinge l’idea di una propria complicità istituzionale con Hamas, afferma di applicare una politica di tolleranza zero verso le violazioni della neutralità e ricorda che una revisione indipendente guidata nel 2024 dall’ex ministra degli Esteri francese Catherine Colonna riconobbe l’esistenza di procedure di controllo più sviluppate di quelle adottate da molte organizzazioni analoghe, indicando al tempo stesso la necessità di rafforzarle.
Il caso Heiman pone però un problema che le procedure amministrative, da sole, difficilmente possono chiudere. L’UNRWA ha avuto per decenni un ruolo enorme nella vita quotidiana di Gaza, soprattutto nell’istruzione, nella sanità e nell’assistenza. Proprio questa presenza capillare rende ogni caso accertato di collusione con Hamas particolarmente grave, perché investe la credibilità di un’istituzione chiamata a rappresentare i principi delle Nazioni Unite in un territorio governato dal movimento islamista dal 2007.
Heiman Mina, attivista di Women Wage Peace, non ha chiesto di abbandonare la popolazione palestinese. Ha sostenuto l’esatto contrario. Se l’attuale sistema viene considerato compromesso, ha detto in sostanza, occorre costruirne uno capace di assicurare ai bambini di Gaza scuola, assistenza sanitaria e sicurezza alimentare senza lasciare che organizzazioni terroristiche possano condizionarne il funzionamento.
Ed è qui che la testimonianza di una figlia diventa una questione politica destinata a restare sul tavolo. La ricostruzione di Gaza richiederà miliardi, istituzioni credibili e soprattutto un sistema educativo sottratto all’influenza di Hamas. Chi insegnerà nelle scuole, chi controllerà gli insegnanti e quali organismi garantiranno l’indipendenza dell’istruzione saranno scelte decisive quanto la ricostruzione degli edifici.
Per Neta Heiman Mina, Israele stesso dovrebbe sostenere la creazione di un’alternativa capace di garantire servizi essenziali ai palestinesi. Migliorare la vita degli abitanti di Gaza, ha spiegato alle Nazioni Unite, significa anche costruire un futuro più sicuro per gli israeliani. A quasi tre anni dal 7 ottobre, la domanda che ha portato a Ginevra resta dunque aperta e riguarda ormai il giorno dopo della guerra. Chi avrà la responsabilità di educare i bambini di Gaza?