Un diciannovenne calciatore norvegese è stato riconosciuto colpevole nel Regno Unito per aver accettato di compiere un omicidio su commissione nell’ambito di un’operazione collegata a una rete criminale che, secondo gli investigatori, agiva per conto dell’Iran. La sentenza pronunciata dalla giustizia britannica aggiunge un nuovo tassello al quadro sempre più inquietante delle attività clandestine attribuite a Teheran in Europa, dove i servizi di sicurezza denunciano da tempo il ricorso a organizzazioni criminali locali per colpire obiettivi individuati dal regime degli ayatollah.
Il protagonista della vicenda è Johannes Kongsnes Natland, all’epoca dei fatti diciottenne, partito nel marzo 2025 da Stavanger con la promessa di ricevere 25 mila euro in cambio dell’uccisione di una persona della quale ignorava persino l’identità. Secondo quanto emerso durante il processo, una volta atterrato a Manchester riuscì a raggiungere Huddersfield, dove recuperò armi, munizioni e denaro nascosti sotto un ponte seguendo le istruzioni ricevute dai suoi referenti. L’operazione si concluse prima ancora che potesse entrare in azione. La polizia fece irruzione nella sua stanza d’albergo all’alba, sequestrando due pistole, proiettili, denaro contante e guanti.
L’inchiesta ha ricostruito un sistema di reclutamento che passa attraverso la criminalità organizzata scandinava. Natland sarebbe stato arruolato da un diciassettenne conosciuto con il soprannome di “Generalen”, già condannato in Norvegia per concorso in un tentato omicidio. Secondo gli inquirenti, il ragazzo operava per conto della banda svedese Foxtrot, una delle organizzazioni criminali più violente del Nord Europa, finita negli ultimi anni al centro di numerose indagini per traffico di droga, estorsioni e omicidi.
Le autorità di Svezia, Norvegia e Danimarca sostengono ormai apertamente che Foxtrot e altre organizzazioni analoghe siano state utilizzate dall’Iran come strumenti operativi per colpire dissidenti iraniani, obiettivi israeliani e interessi ebraici sul territorio europeo. Una strategia che consentirebbe a Teheran di mantenere una distanza formale dalle operazioni, riducendo il rischio di un coinvolgimento diretto.
Il processo ha inoltre mostrato quanto sia diventato semplice reclutare giovani vulnerabili attraverso le piattaforme digitali. Natland aveva raccontato agli investigatori di essere precipitato nella tossicodipendenza, di avere attraversato un ricovero psichiatrico e un percorso di recupero. La difesa ha sostenuto che intendesse soltanto ferirsi a una gamba per simulare l’esecuzione dell’incarico ed evitare ritorsioni da parte della banda. I giudici non hanno ritenuto credibile questa versione, anche alla luce delle conversazioni recuperate dagli investigatori. A un amico aveva confidato che avrebbe guadagnato molto denaro e che qualcuno sarebbe morto. Alla fidanzata aveva parlato di una “missione folle”, spiegando che finalmente avrebbe potuto uccidere qualcuno venendo anche pagato per farlo.
La vicenda si inserisce in un contesto di crescente allarme. Negli ultimi due anni il Regno Unito ha denunciato numerosi complotti riconducibili all’Iran, mentre l’MI5 ha più volte avvertito che il numero delle operazioni ostili attribuite a Teheran sul suolo britannico è aumentato sensibilmente. Anche altri Paesi europei hanno rafforzato la cooperazione tra intelligence e forze di polizia dopo l’emergere di collegamenti tra gruppi criminali e apparati iraniani.
La condanna di Natland rappresenta quindi qualcosa di più di una vicenda di cronaca nera. Mette in luce un modello operativo nel quale il terrorismo di Stato, la criminalità organizzata e il reclutamento di adolescenti finiscono per sovrapporsi. Una miscela che rende ancora più difficile prevenire gli attacchi e che costringe le autorità europee a confrontarsi con una minaccia capace di cambiare volto, utilizzare intermediari sempre nuovi e sfruttare le fragilità di giovani facilmente manipolabili.