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Siria-Israele, al-Sharaa apre alla pace

La caduta di Assad ha spezzato l’asse con Iran e Hezbollah. Ora Damasco cerca un’intesa con Gerusalemme che potrebbe cambiare gli equilibri regionali

Alessandro Carmi

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Siria-Israele, al-Sharaa apre alla pace

Siria e Israele stanno negoziando un accordo di sicurezza e, per la prima volta dalla caduta di Bashar al-Assad, il presidente siriano Ahmed al-Sharaa indica apertamente la possibilità che quell’intesa diventi il primo passo verso una pace tra i due Paesi. Una prospettiva ancora lontana, condizionata dalla questione del Golan e dalle esigenze di sicurezza israeliane, che tuttavia fotografa quanto profondamente siano cambiati gli equilibri del Medio Oriente.

Al-Sharaa ha confermato che i colloqui coinvolgono anche Paesi terzi e ha spiegato che Damasco vuole evitare qualsiasi confronto militare diretto con Israele. «Non abbiamo alcun interesse» a uno scontro, ha dichiarato. Parole particolarmente significative se pronunciate dal capo di una Siria che, sotto la dinastia Assad, aveva fatto dell’alleanza con la Repubblica islamica iraniana e del sostegno a Hezbollah uno dei cardini della propria politica regionale.

Il cambiamento maturato dopo la caduta di Assad nel dicembre 2024 riguarda infatti molto più delle relazioni bilaterali tra Gerusalemme e Damasco. Per decenni la Siria è stata il ponte strategico che consentiva a Teheran di proiettare la propria influenza fino al Mediterraneo e di alimentare militarmente Hezbollah. Armi, uomini e risorse iraniane transitavano attraverso il territorio siriano diretti in Libano, facendo della continuità geografica tra Iran, Iraq, Siria e Libano uno degli strumenti principali della pressione esercitata dalla Repubblica islamica su Israele.

Quella continuità è stata spezzata. Il nuovo potere di Damasco non appartiene all’asse iraniano e al-Sharaa, pur provenendo da una storia personale e politica lontanissima da Israele, sembra avere individuato nella stabilizzazione del Paese e nel recupero dei rapporti con l’Occidente una priorità superiore alla prosecuzione delle vecchie alleanze di Assad.

Resta naturalmente il Golan. La Siria continua a rivendicare le alture conquistate da Israele durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967 e al-Sharaa ha precisato che un accordo di sicurezza non comporterebbe la rinuncia siriana alle proprie rivendicazioni. Israele estese nel 1981 la propria legislazione al territorio, mentre nel 2019 gli Stati Uniti, durante la prima amministrazione Trump, riconobbero la sovranità israeliana sul Golan.

Per Gerusalemme la questione ha un carattere innanzitutto strategico. Dopo il collasso del regime di Assad, Israele ha assunto il controllo della zona cuscinetto stabilita dall’accordo di disimpegno del 1974, sostenendo la necessità di impedire che il vuoto lasciato dall’esercito siriano producesse una nuova minaccia lungo il confine. Qualunque intesa dovrà quindi stabilire quali forze potranno operare nella Siria meridionale e quali garanzie concrete verranno offerte a Israele.

Anche il dossier libanese mostra quanto rapidamente stia cambiando il quadro. Al-Sharaa ha escluso che l’esercito siriano intenda intervenire in Libano per combattere Hezbollah, prendendo le distanze dalle ipotesi circolate nelle settimane precedenti. Ha però sostenuto il principio secondo cui lo Stato libanese e le sue Forze armate devono detenere il monopolio delle armi e delle decisioni riguardanti la guerra e la pace. Per Hezbollah, abituato per decenni a considerare Damasco una retrovia indispensabile, è già una trasformazione sostanziale.

Un trattato di pace israelo-siriano rimane un traguardo difficile e nessuna delle questioni più delicate è stata ancora risolta. Sarebbe però un errore misurare ciò che sta accadendo soltanto sulla distanza che separa oggi Damasco e Gerusalemme da una firma.

Il dato politico è già davanti agli occhi. La Siria degli Assad, anello fondamentale dell’asse costruito da Teheran contro Israele, è scomparsa. Al suo posto governa un uomo con un passato jihadista che oggi cerca rapporti con Washington, tiene l’Iran a distanza, vuole stabilizzare il confine con Israele e considera pubblicamente possibile arrivare alla pace. In un Medio Oriente trasformato dalle guerre seguite al 7 ottobre, pochi cambiamenti raccontano con altrettanta chiarezza quanto le vecchie mappe delle alleanze siano ormai in movimento.