La sinistra francese ha trovato il suo candidato per l’Eliseo e, forse, anche un problema in più. Si chiama Raphaël Glucksmann, ha 46 anni, un padre ingombrante, idee piuttosto chiare e una caratteristica che nella Francia di Jean-Luc Mélenchon rischia di sembrare una provocazione: è un uomo di sinistra che considera l’antisemitismo una vergogna anche quando arriva da sinistra. Ha appena vinto le primarie socialdemocratiche con il 66 per cento dei voti e adesso punta alle presidenziali del 2027. Per arrivarci dovrà attraversare un campo minato, popolato di vecchi compagni, nuovi nemici e un’estrema destra che nei sondaggi guarda tutti dall’alto.
Il cognome, naturalmente, dice molto. Suo padre André Glucksmann, morto nel 2015, fu uno degli intellettuali più brillanti e irrequieti della Francia del dopoguerra. Figlio di ebrei dell’Europa centrale, passato attraverso il maoismo e approdato a una critica implacabile dei totalitarismi, apparteneva alla generazione dei nouveaux philosophes, quelli che negli anni Settanta ebbero il coraggio di guardare dentro l’orrore sovietico mentre una parte consistente dell’intellighenzia europea continuava a contemplare Mosca con occhi innamorati. André non aveva paura di cambiare idea. Nel 2007 arrivò a sostenere Nicolas Sarkozy, suscitando scandalo nei salotti della sinistra parigina.
Raphaël è cresciuto respirando quell’aria. Dopo Sciences Po, il giornalismo e i documentari, ha lavorato in Georgia come consigliere del presidente Mikheil Saakashvili, negli anni in cui il piccolo Paese caucasico cercava di sfuggire all’abbraccio soffocante di Vladimir Putin. Da allora la Russia è rimasta una delle sue ossessioni politiche. E l’Ucraina una causa da difendere senza i distinguo e i balbettii che hanno accompagnato tanta sinistra europea.
Nel 2018 ha fondato Place publique, un movimento progressista, europeista e socialdemocratico, alleato del Partito socialista. Europarlamentare dal 2019, riconfermato nel 2024, ha fatto della lotta alle dittature e della difesa delle democrazie liberali il proprio marchio politico. Con Mélenchon i rapporti sono pessimi. Glucksmann considera il leader della France Insoumise il simbolo di una sinistra prigioniera delle proprie ossessioni ideologiche, incapace di riconoscere i tiranni quando questi si presentano con le credenziali dell’antimperialismo. E poi c’è Israele. Qui la faccenda diventa particolarmente interessante.
Glucksmann è ebreo, conosce il peso della storia familiare e sa perfettamente che cosa abbia significato il 7 ottobre 2023. Ha condannato Hamas senza cercare attenuanti, denunciato l’antisemitismo che ha rialzato la testa in Francia e contestato duramente le ambiguità di Mélenchon. Ha respinto lo slogan «From the river to the sea», dietro il quale vede la cancellazione dello Stato ebraico.
Sarebbe però un errore scambiarlo per un sostenitore di Netanyahu. Del premier israeliano è un avversario severissimo. Ha accusato il suo governo di gravi crimini a Gaza, invocato sanzioni e sostenuto la sospensione dell’accordo di associazione tra Israele e Unione europea. Vuole il riconoscimento dello Stato palestinese e continua a credere nella soluzione dei due Stati. Una posizione che gli procura diffidenze nel mondo filoisraeliano e ostilità nella sinistra radicale.
Il punto politicamente più interessante è proprio questo. Glucksmann tenta di recuperare una tradizione socialista nella quale la solidarietà con Israele, la difesa dei palestinesi e la lotta all’antisemitismo possano convivere. Ci riuscirà? È tutto da vedere e molto da dubitare. Per ora ha conquistato una primaria, mentre la conquista dell’Eliseo resta lontanissima. Marine Le Pen e la destra nazionalista partono favorite, Mélenchon conserva un seguito consistente e il centro macroniano è tutt’altro che scomparso.
Ma nella Francia in cui una parte della sinistra ha trasformato Israele nel colpevole universale, la comparsa di un candidato che rifiuta di sacrificare gli ebrei sull’altare delle convenienze elettorali è già una notizia. André Glucksmann, che aveva passato la vita a diffidare delle ortodossie, probabilmente avrebbe apprezzato. E forse avrebbe ricordato al figlio che vincere contro i propri avversari è difficile. Convincere i propri amici a rinunciare ai loro pregiudizi lo è assai di più.

