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Nobel per la pace a Navi Pillay, esplodono le polemiche sul suo passato

Dalle dichiarazioni sulla lotta armata palestinese ai rapporti con organizzazioni poi sanzionate dagli Stati Uniti, riemergono episodi controversi della carriera dell’ex commissaria ONU

Paolo Montesi

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Nobel per la pace a Navi Pillay, esplodono le polemiche sul suo passato
Iimmagine generata con AI

L’assegnazione del Nobel per la pace 2026 a Navanethem «Navi» Pillay, giurista sudafricana ed ex Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha riaperto una controversia che investe la sua lunga carriera internazionale. Al centro delle critiche figurano le dichiarazioni rilasciate dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre 2023, i rapporti istituzionali con organizzazioni palestinesi successivamente colpite da sanzioni americane e alcune decisioni assunte durante la sua permanenza ai vertici dell’ONU.

Una delle contestazioni riguarda un’intervista concessa ad Al Jazeera poche settimane dopo gli attacchi del 7 ottobre. Parlando della condizione dei palestinesi, Pillay affermò che una popolazione sottoposta a un’oppressione prolungata, senza rimedi né possibilità di sollievo, può essere «costretta a ricorrere alla lotta armata». Una dichiarazione che, pronunciata all’indomani dell’uccisione di circa 1.200 persone in Israele, è stata riproposta dai suoi critici dopo l’annuncio del Nobel.

Particolarmente delicata è anche la questione dei contatti avuti con esponenti di organizzazioni palestinesi. Nel febbraio 2013 il Palestinian Centre for Human Rights annunciò un incontro tra Pillay e Jaber Wishah, allora dirigente dell’organizzazione, che in passato aveva ricoperto incarichi militari nel Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, formazione classificata come terroristica dagli Stati Uniti.

Nel settembre dello stesso anno, il Palestinian Centre for Human Rights e l’ufficio dell’Alto commissario ONU per i diritti umani organizzarono insieme un seminario a Khan Yunis, nella Striscia di Gaza. Secondo la documentazione diffusa dall’organizzazione palestinese, Wishah partecipò all’apertura dell’incontro insieme a un funzionario delle Nazioni Unite.

Il Palestinian Centre for Human Rights è stato successivamente sanzionato da Washington nel settembre 2025, per il suo coinvolgimento nelle iniziative della Corte penale internazionale contro cittadini israeliani. La sanzione, adottata nell’ambito delle misure americane contro la Corte, risale dunque a dodici anni dopo gli incontri citati.

Un altro episodio riguarda Addameer, organizzazione palestinese impegnata nella difesa dei detenuti. Alcuni suoi rappresentanti incontrarono Pillay a Ramallah nel febbraio 2011. Nel giugno 2025 il dipartimento del Tesoro americano ha imposto sanzioni all’organizzazione, sostenendo che agisse per conto del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Anche in questo caso, gli incontri documentati precedono di molti anni le misure adottate dagli Stati Uniti.

Un ulteriore capitolo riguarda la Cina. Emma Reilly, ex funzionaria dell’ONU, ha denunciato la trasmissione alle autorità di Pechino dei nomi di dissidenti intenzionati a intervenire durante riunioni del Consiglio per i diritti umani. Secondo Reilly, questa pratica, documentata durante il mandato di Pillay, avrebbe esposto gli attivisti e le loro famiglie a possibili ritorsioni. Le Nazioni Unite hanno sostenuto che le informazioni riguardavano persone la cui partecipazione era già pubblica e che erano state adottate precauzioni per proteggerle. Dopo l’annuncio del Nobel, Reilly ha rinnovato le proprie accuse.

Riemerge inoltre la controversia del 2022, quando Miloon Kothari, membro della commissione ONU d’inchiesta sui territori palestinesi presieduta da Pillay, parlò di una presunta lobby ebraica capace di controllare i social media e mise in discussione l’appartenenza di Israele alle Nazioni Unite. Pillay difese inizialmente il collega, suscitando le proteste di UN Watch, organizzazione che da anni contesta l’imparzialità di alcuni organismi internazionali nei confronti dello Stato ebraico.

Anche le posizioni assunte da Pillay sulla libertà di espressione sono tornate sotto esame. Nel settembre 2012 criticò duramente il settimanale satirico francese Charlie Hebdo per la pubblicazione di vignette su Maometto, giudicandole provocatorie e irresponsabili. Pur riconoscendo il diritto a manifestare pacificamente, la sua posizione suscitò contestazioni da parte di quanti ritenevano che le istituzioni internazionali dovessero difendere con maggiore fermezza la libertà di stampa.

Il Comitato norvegese per il Nobel ha motivato la propria decisione richiamando il contributo di Pillay alla giustizia internazionale, dalla lotta contro l’apartheid al Tribunale penale internazionale per il Ruanda, dove partecipò a importanti sviluppi giuridici nel perseguimento dei crimini contro l’umanità. Ha inoltre sottolineato il suo impegno per il rafforzamento del diritto internazionale in una fase di crescente pressione sulle istituzioni giudiziarie.

Le contestazioni emerse in questi giorni investono dunque il rapporto tra il riconoscimento attribuito alla carriera di una giurista e le controversie che ne hanno accompagnato alcune scelte pubbliche. Gli incontri istituzionali con organizzazioni successivamente sanzionate, le dichiarazioni sulla lotta armata e le accuse relative alla gestione dell’ufficio ONU costituiscono vicende differenti, con responsabilità e livelli di documentazione che richiedono valutazioni distinte.

Il Nobel ha riportato tutte queste questioni al centro del dibattito internazionale. La discussione riguarda ormai anche i criteri con cui vengono valutate l’indipendenza e l’imparzialità di chi, per decenni, ha esercitato funzioni di tutela dei diritti umani.