Home > Attualità > Edward Said e l’orientalismo, i grandi errori di una teoria

Edward Said e l’orientalismo, i grandi errori di una teoria

Una rilettura critica del celebre saggio di Said mette in discussione la sua interpretazione del colonialismo e delle origini dei conflitti in Medio Oriente e che costituisce nel mondo accademico uno dei fondamenti culturali del nuovo antisemitismo terzomondista che contrappone popoli oppressi e popoli oppressori (i bianchi colonialisti, tra i quali “naturalmente” – ma senza alcun fondamento né storico, né politico – viene collocato Israele, di cui viene così giustificata la distruzione)

Beatrice Sofia Galli

Tempo di Lettura: 6 min
Edward Said, orientalismo, Medio Oriente, postcolonialismo, colonialismo, Israele, antisemitismo contemporaneo, studi postcoloniali

Il Dizionario Merriam-Webster definisce «orientalismo» come «la ricerca, la cultura o lo studio di materie o lingue asiatiche» e, in genere, «qualcosa (come uno stile o un modo di fare) associato all’Asia o agli asiatici o che ne è caratteristico». Nel primo significato, secondo il Dizionario, indica la «conoscenza dell’Islam e dei musulmani cristallizzatasi in ciò che, verso la fine del XVIII secolo, divenne noto come orientalismo» o «lo studio della storia, delle lingue e delle culture dell’Oriente» ed è «oggi spesso usato con una connotazione negativa, che rimanda a un pregiudizio colonialista sotteso e rafforzato da tale studio»: quest’ultimo è il significato di «orientalismo» utilizzato da Edward W. Said, che viene espressamente citato come fonte originaria di questa connotazione.

Secondo Said, l’orientalismo – che poi è proprio il titolo del saggio pubblicato nel 1978 e in Italia conosciuto come ‘Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente’, Feltrinelli 1999 – è una discriminazione culturale nei confronti dei popoli del Medio Oriente, basata su pregiudizi volti ad affermare la superiorità dell’Occidente e quindi a legittimare il controllo coloniale nella regione. Lo scopo del libro è smascherare questa discriminazione e sostituirla con una rappresentazione dell’Oriente non imposta dall’esterno.

I postulati centrali del suo libro sono due:che la rappresentazione distorta dell’Oriente nel pensiero europeo sia funzionale al dominio coloniale sulla regione, e che il carattere strumentale di questa rappresentazione spieghi perché essa sia rimasta pressoché immutata nel corso dei secoli, nonostante la maggiore conoscenza diretta dell’Oriente: i pregiudizi, secondo Said, sono più forti della realtà, perché sono al servizio del potere imperiale euro-americano.

Sebbene sottolinei ripetutamente l’arbitrarietà di tracciare confini precisi, nel suo libro Said considera il «Medio Oriente» essenzialmente come l’insieme dei Paesi islamici più vicini all’Europa e, in particolare, dei Paesi arabi. Said considera il Medio Oriente soggetto a ciò che definisce il «potere euro-atlantico sull’Oriente» dell’Europa e alla «tradizione imperialista», che egli fa risalire alla fine del XVIII secolo. A suo avviso, gli europei (e in seguito gli americani) hanno plasmato una visione distorta dell’Oriente in opposizione negativa alla propria identità di “Occidente”, che era funzionale al dominio coloniale sulla regione.

Tuttavia, storicamente il Medio Oriente fino alla fine della Prima guerra mondiale era quasi interamente soggetto al dominio dell’Impero ottomano. Infatti, gran parte dei territori che oggi chiamiamo «Medio Oriente» e una parte considerevole del Nord Africa, fino all’inizio del XIX secolo (e in realtà fino alla Prima guerra mondiale, ad eccezione dell’Algeria, conquistata dai francesi a partire dal 1830, della Tunisia, sottoposta al protettorato francese nel 1881, e dell’Egitto, occupato militarmente dagli inglesi nel 1882) erano soggetti, con differenti forme di dipendenza, all’Impero ottomano, che era musulmano, ma non arabo. Sebbene l’autore sembri considerare il colonialismo europeo come l’evento più importante per il Medio Oriente, in realtà in quella regione tale colonialismo si manifestò pienamente solo dopo la sconfitta dell’Impero ottomano nella Prima guerra mondiale e il suo successivo smembramento, eventi che hanno realmente rimodellato la regione, dividendola in molti Stati diversi, soggetti principalmente all’influenza francese (Libano, Siria) e britannica (Palestina, Transgiordania, Iraq).

Un’ulteriore ipotesi centrale del libro è che il carattere strumentale di questa rappresentazione distorta dell’Oriente nel pensiero europeo spieghi perché essa sia rimasta pressoché immutata nel corso dei secoli (a suo avviso, dal 1700 a oggi), nonostante la maggiore conoscenza diretta dell’Oriente. I pregiudizi sull’Oriente, secondo Said, sono più forti della realtà, perché sono al servizio del potere imperiale euro-americano. Tuttavia, per secoli l’Impero ottomano esercitò il proprio dominio su vaste regioni dell’Europa sudorientale, perdendone progressivamente il controllo nel corso del XIX secolo e fino alle guerre balcaniche del 1912-1913. Anche la rivolta araba ebbe luogo nel contesto della Prima guerra mondiale contro i turchi ottomani, non contro l’Europa, che di fatto la sostenne.

Poiché l’autore concentra la sua indagine esclusivamente sull’imperialismo europeo verso l’Oriente, egli considera invece questa asserita visione distorta dell’Oriente – che, a suo avviso, è stata plasmata dagli europei (e successivamente dagli americani) in opposizione negativa alla loro stessa identità di «Occidente» – come il fatto che ha impedito e continua a impedire alla gente di capirlo, nel senso che gli occidentali vedono gli orientali solo come antagonisti da dominare. Se, viceversa, consideriamo la caduta dell’Impero ottomano come l’evento più importante per la regione, è a questo evento che possiamo ricondurre le origini dell’instabilità in Medio Oriente e anche alcuni sviluppi dell’estremismo islamico, successivamente favorito dalla diffusione del wahhabismo sostenuta dall’Arabia Saudita, dopo che la famiglia Saud prese il potere alla Mecca nel 1924.

La tesi avanzata dall’autore di questo libro – secondo cui l’Occidente si costituisce in opposizione all’Oriente – è quindi antistorica: in realtà, è l’Europa a costituirsi e a presentarsi come una forma specifica di civiltà in opposizione al resto del mondo, e in particolare all’Africa dei «selvaggi» e all’Asia che non accetta il logos razionale. In seguito, dopo la Seconda guerra mondiale, «Occidente» e «Oriente» indicano rispettivamente l’Europa e l’America, luoghi di diritti, libertà politica ed economica e democrazia, e la parte del mondo dominata dai comunisti, fondamentalmente l’Unione Sovietica e la Cina.

Possiamo quindi concludere che il libro di Said ha certamente il grande merito di richiamare l’attenzione sull’importanza, nello sviluppo delle relazioni internazionali, della rappresentazione che un popolo ha degli altri popoli, specialmente quando li presenta come antagonisti ma tuttavia presenta gravi limiti.

Innanzitutto, è unilaterale, poiché illustra solo la rappresentazione che l’Europa avrebbe dell’Oriente e non quella di quest’ultimo nei confronti dell’Europa, nonostante una potenza orientale (la Turchia ottomana) abbia dominato gran parte dell’Europa per secoli. Inoltre, anche da questa prospettiva (limitata), esso si concentra prevalentemente su fonti francesi, britanniche e americane, dedicando uno spazio limitato ad altre tradizioni orientalistiche, in particolare quella tedesca, e indaga soprattutto sulle loro politiche colonialiste, senza tenere conto di altri fattori, a cominciare dal ruolo dell’Islam estremista. Per di più, non prende in considerazione i diritti umani e i valori universali (rispetto della persona umana, democrazia, pensiero scientifico) che fanno parte del retaggio europeo, mentre in Medio Oriente non vengono rispettati.

Secondo l’autore, i conflitti in Medio Oriente derivano dall’imperialismo europeo e americano e dalla sua visione distorta e negativa dell’Islam e dell’Oriente. In realtà, altri studiosi spiegano in modo più realistico che le incomprensioni e i pregiudizi sono reciproci e che i conflitti nella regione sembrano derivare principalmente dalla difficoltà di instaurare sistemi politici che rispettino i diritti degli individui in una regione dominata da monarchie assolute, dittature o regimi islamici radicali.

Beatrice Sofia Galli
L’autrice, nata a Brescia nel 2004, è prematuramente scomparsa nel 2025. Vincitrice nel 2017 del secondo premio nella sua categoria al Concorso Letterario Giovanile «Bertelli», attiva nel volontariato e collaboratrice dell’Istituto Bruno Leoni, dopo aver conseguito l’International Baccalaureate seguiva all’Università Bocconi il corso di laurea in Global Law, scrivendo e partecipando a iniziative in difesa dei diritti umani e della democrazia. Per aver preso posizioni molto nette dopo il pogrom del 7 ottobre, denunciando la crescente ondata di antisemitismo e dissociandosene con forza, era stata emarginata anche nell’ambiente del liceo che allora frequentava.