Tre anni di guerra, centinaia di migliaia di riservisti richiamati alle armi, intere comunità evacuate e un’economia sottoposta a pressioni eccezionali. Eppure, dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, la Borsa israeliana ha registrato un rialzo del 120%, lo shekel si è rafforzato rispetto alle principali valute internazionali e il prodotto interno lordo è cresciuto di quasi il 10%. Sono i risultati, per molti versi sorprendenti, che emergono da un bilancio pubblicato dal quotidiano economico Calcalist in occasione del terzo anniversario della guerra.
L’indice TA-125 della Borsa di Tel Aviv, che comprende 125 delle principali società quotate, ha guadagnato il 120%, mentre il TA-35, composto dalle maggiori imprese del listino, è salito del 130%. Nello stesso periodo, secondo i dati riportati dal quotidiano, l’indice americano S&P 500 ha registrato un incremento di circa l’80% e il Nasdaq del 101%. Un confronto che colloca il mercato israeliano tra quelli che hanno offerto le migliori performance nel triennio.
A sostenere questa crescita è stata soprattutto la struttura particolare dell’economia israeliana, caratterizzata da un settore tecnologico fortemente orientato alle esportazioni e relativamente capace di continuare a operare anche durante le emergenze militari. Le imprese high-tech hanno mantenuto rapporti commerciali con clienti internazionali, garantendo un afflusso di valuta estera che ha contribuito alla stabilità finanziaria del Paese.
Le esportazioni di servizi risultano superiori di circa il 30% rispetto ai livelli precedenti alla guerra, secondo le valutazioni di Yoni Panning, responsabile delle strategie di mercato della banca Mizrahi-Tefahot. Una crescita significativa, considerando le difficoltà provocate dalla mobilitazione dei riservisti, che ha sottratto temporaneamente alle aziende una parte consistente del personale qualificato.
Particolarmente impressionanti sono i risultati dell’industria della difesa. Elbit Systems, uno dei maggiori gruppi israeliani del settore, ha visto crescere il valore delle proprie azioni del 200%, beneficiando sia delle commesse nazionali sia dell’aumento della domanda internazionale di armamenti. Ancora più spettacolare il rialzo di NextVision, specializzata in sistemi ottici miniaturizzati, il cui titolo è cresciuto del 965%.
La crescita ha interessato anche comparti meno direttamente collegati alle esigenze militari. L’indice delle compagnie assicurative è aumentato del 490%, mentre quello bancario ha superato il 140%, sostenuto dai risultati economici degli istituti finanziari.
Un altro indicatore della fiducia degli investitori è rappresentato dallo shekel. Nelle settimane successive al massacro del 7 ottobre, il dollaro aveva superato la soglia dei quattro shekel, inducendo la Banca d’Israele ad annunciare un programma straordinario di vendita di valuta estera fino a 30 miliardi di dollari. All’inizio di ottobre 2026 il rapporto di cambio si è attestato intorno a 3,08 shekel per dollaro, contro i circa 3,84 precedenti alla guerra.
L’apprezzamento della valuta israeliana è stato favorito dalle entrate derivanti dalle esportazioni, dagli investimenti internazionali e dalle operazioni finanziarie dei grandi fondi pensione e delle compagnie assicurative. Anche l’euro ha perso terreno, arretrando del 14,4% rispetto allo shekel nel periodo considerato.
Questi risultati convivono tuttavia con un costo economico della guerra estremamente elevato. Secondo la Banca d’Israele, tra ottobre 2023 e la fine del 2025 il Paese avrebbe perso circa 177 miliardi di shekel di produzione rispetto alle previsioni formulate prima del conflitto. Una cifra che misura quanto l’economia avrebbe potuto crescere in condizioni normali.
Anche i conti pubblici hanno subito un deterioramento significativo. Il rapporto tra debito e prodotto interno lordo, vicino al 60% prima della guerra, si avvicina ormai al 70%, conseguenza delle spese militari, degli interventi di ricostruzione e dei sostegni economici destinati ai riservisti e alle imprese. Le agenzie internazionali di rating hanno inoltre rivisto al ribasso il giudizio sul debito sovrano israeliano, rendendo più oneroso il finanziamento dello Stato.
La forza dei mercati finanziari riflette dunque soprattutto le aspettative degli investitori sulle capacità future dell’economia israeliana. Come osserva Alex Zabezhinsky, capo economista della società Meitav, le quotazioni reagiscono alle prospettive di sviluppo e ai cambiamenti delle previsioni, spesso anticipando il miglioramento delle condizioni economiche effettive.
Il bilancio di questi tre anni restituisce l’immagine di un Paese che, pur sostenendo costi umani e finanziari enormi, ha conservato una notevole capacità produttiva e un settore tecnologico competitivo sui mercati mondiali. La sfida dei prossimi anni sarà trasformare questa solidità finanziaria in una crescita diffusa, recuperando gli investimenti sacrificati durante la guerra e riportando sotto controllo il debito pubblico.
Il dato politicamente ed economicamente più significativo rimane comunque la fiducia che gli investitori continuano ad accordare a Israele. Una fiducia che ha resistito a tre anni di conflitto e che costituisce, per il futuro del Paese, una risorsa preziosa quanto le sue capacità tecnologiche.

