Boy George tornerà a esibirsi in Israele il 4 e il 7 novembre, sfidando apertamente le campagne di boicottaggio che da anni prendono di mira gli artisti internazionali intenzionati a tenere concerti nello Stato ebraico. Il cantante britannico, diventato celebre negli anni Ottanta come voce dei Culture Club, ha annunciato che la seconda serata sarà dedicata alle vittime e ai sopravvissuti del massacro compiuto da Hamas al festival musicale Nova il 7 ottobre 2023.
In un’intervista concessa al quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, pubblicata il 9 ottobre, l’artista sessantacinquenne ha raccontato le conseguenze delle proprie prese di posizione, dalle aggressioni verbali sui social alle tensioni professionali, spiegando perché abbia deciso di mantenere pubblicamente il proprio sostegno a Israele.
Per Boy George, all’anagrafe George Alan O’Dowd, la questione ha assunto un significato profondamente personale dopo il massacro del 7 ottobre. Le immagini dei ragazzi assassinati mentre partecipavano a un festival musicale, un luogo che avrebbe dovuto rappresentare la libertà e la gioia di vivere, lo hanno particolarmente colpito. Da allora il cantante ha scelto di esprimere apertamente la propria solidarietà alle vittime e alle loro famiglie, anche a costo di compromettere rapporti personali e professionali.
Lo scorso luglio ha pubblicato We Will Dance Again, una canzone dedicata alle vittime del Nova Festival, il cui titolo, «Danzeremo ancora», richiama la volontà dei sopravvissuti di continuare a vivere dopo la tragedia. Il brano contiene anche una critica a quanti condannano Israele ignorando le atrocità commesse da Hamas durante l’attacco terroristico.
La pubblicazione avrebbe incontrato l’opposizione del responsabile della sua etichetta discografica, provocando una rottura professionale. Secondo quanto raccontato dall’artista, le polemiche legate alle sue dichiarazioni hanno contribuito anche alla decisione di abbandonare una produzione londinese del musical Jesus Christ Superstar.
Il contrasto con Roger Waters, ex bassista dei Pink Floyd e sostenitore del boicottaggio culturale di Israele, è particolarmente significativo. Boy George ha ricordato di aver ricevuto in passato lettere nelle quali Waters lo invitava a rinunciare ai concerti israeliani. La sua risposta, racconta, fu semplicissima: le gettò nella spazzatura. Un gesto che riassume il rifiuto di lasciare ad altri la scelta dei Paesi nei quali esibirsi.
Il cantante ha spiegato inoltre che il suo legame con la comunità ebraica risale all’adolescenza. Cresciuto in una famiglia cattolica di origine irlandese, ha amici ebrei fin da quando aveva quindici o sedici anni e considera impensabile interrompere quei rapporti per aderire alle richieste di un movimento politico.
Il ritorno a Tel Aviv avrà anche un significato particolare per il pubblico israeliano. Il primo concerto, previsto il 4 novembre alla Menora Mivtachim Arena, ha registrato rapidamente il tutto esaurito, convincendo gli organizzatori ad aggiungere una seconda data, il 7 novembre. Quest’ultima, intitolata We Will Dance Again, sarà dedicata alla comunità del Nova Festival e alle famiglie delle vittime.
L’ultima esibizione israeliana di Boy George risale al 2017. Il suo ritorno avviene in un momento in cui il boicottaggio culturale continua a dividere il mondo dello spettacolo e molti artisti internazionali evitano di programmare concerti nel Paese.
Per il musicista britannico, la decisione risponde a una convinzione che ha ribadito anche recentemente: la musica deve poter raggiungere il pubblico ovunque ci siano persone desiderose di ascoltarla. Il concerto dedicato ai sopravvissuti del Nova tradurrà questa convinzione in un appuntamento dal forte valore simbolico, nel Paese in cui migliaia di giovani si erano ritrovati per ballare prima dell’attacco del 7 ottobre.

