L’esclusione delle associazioni ebraiche LGBTQ+ dal Roma Pride rappresenta uno di quei momenti in cui una certa retorica progressista smette di parlare di inclusione e rivela invece la propria natura profondamente selettiva. Secondo gli organizzatori, il problema sarebbe il mancato “distanziamento” di Keshet Italia e Keshet Europe dalle azioni del governo israeliano a Gaza. In altre parole: per poter partecipare a una manifestazione che dovrebbe celebrare diritti, dignità e inclusione, agli ebrei viene richiesto un prerequisito politico che non viene imposto a nessun altro. È qui che la questione smette di riguardare Israele e comincia a riguardare gli ebrei.
Nessuna associazione musulmana viene obbligata a dissociarsi dall’omofobia diffusa in gran parte del mondo arabo o islamico per poter sfilare al Pride. Nessuno chiede abiure preventive verso regimi che perseguitano gli omosessuali, incarcerano dissidenti LGBTQ+ o, in alcuni casi, prevedono ancora pene corporali e morte per l’omosessualità. Eppure, quando si tratta di organizzazioni ebraiche, il criterio cambia improvvisamente.
L’ebraismo diventa sospetto per definizione. La partecipazione non è più un diritto, ma una concessione subordinata alla conformità ideologica.
È un doppio standard sempre più evidente nel panorama occidentale dopo il 7 ottobre. Da mesi assistiamo a una dinamica inquietante: il mondo ebraico viene trattato come collettivamente responsabile delle scelte del governo israeliano in una misura che non viene applicata a nessun’altra diaspora, comunità religiosa o minoranza etnica.
Il risultato è che anche associazioni LGBTQ+ ebraiche — cioè gruppi che dovrebbero essere naturali interlocutori di qualunque Pride — finiscono per essere considerate “problematiche” semplicemente per il loro legame identitario con Israele o per il rifiuto di aderire a determinate parole d’ordine politiche. Il paradosso è enorme.
Israele resta uno dei pochissimi Paesi del Medio Oriente dove le persone LGBTQ+ possono vivere apertamente, organizzare Pride di massa, ottenere tutela giuridica e partecipare alla vita pubblica. Non è un Paese perfetto, e il governo israeliano può e deve essere criticato come qualsiasi altro governo democratico. Ma trasformare questa critica in una forma di esclusione identitaria verso associazioni ebraiche significa attraversare una linea molto pericolosa. Perché a quel punto non si sta più contestando una politica. Si sta stabilendo chi è degno di stare nello spazio pubblico e chi invece deve prima “purificarsi”.Ed è difficile non vedere, in tutto questo, una forma moderna di discriminazione mascherata da virtù morale.
Dopo il 7 ottobre, molti ebrei occidentali hanno scoperto una verità amara: l’inclusione promessa da certi ambienti progressisti sembra valere per tutti, tranne che per loro.
Curioso come il “test di purezza” venga applicato sempre agli stessi. Alle associazioni ebraiche si chiede abiura preventiva, patente morale, dichiarazioni rituali di dissociazione. Agli altri invece no. Per l’omofobia nel mondo palestinese o per le leggi anti-gay diffuse in buona parte del mondo arabo c’è sempre un distinguo, un “bisogna contestualizzare”, un “non è il momento”. Loro sono sempre benvenuti. In pratica alcuni vengono giudicati per ciò che fanno, altri per ciò che sono. E la storia europea del secolo scorso dovrebbe averci insegnato dove portano certe selezioni identitarie mascherate da superiorità morale. Vai a vedere che, a furia di fare liste di proscrizione, test di purezza e discriminazioni identitarie “giuste”, sono finiti per assomigliare proprio a ciò che dicono di combattere.

