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PalPrep, il campus giordano che prepara gli studenti arabi alla guerra contro Israele nei campus occidentali

Da Ajloun alle università americane ed europee, un programma insegna ai futuri studenti a presentare il sionismo come razzismo e a trasformare l’attivismo anti-israeliano in militanza organizzata

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 4 min
PalPrep, il campus giordano che prepara gli studenti arabi alla guerra contro Israele nei campus occidentali

La fabbrica dell’odio contro Israele comincia prima dell’arrivo nei campus, quando i ragazzi stanno ancora preparando le valigie per gli Stati Uniti, l’Europa o l’Australia. Si chiama PalPrep, si svolge in Giordania, ad Ajloun, e promette di formare giovani arabi destinati alle università occidentali perché sappiano “parlare e organizzarsi per la Palestina”. La formula sembra educativa, perfino rassicurante, se la si guarda da lontano. Vista da vicino, secondo un’inchiesta di Jewish Onliner e i materiali pubblici diffusi dallo stesso programma, appare invece come un addestramento ideologico pensato per esportare nei campus una visione in cui Israele perde ogni legittimità e il sionismo viene presentato come un progetto di supremazia razziale.

PalPrep è nato nel 2024 e ora recluta la terza classe per l’estate 2026. Una delle cofondatrici, Samar Saeed, è una dottoranda in Storia alla Georgetown University, con un percorso accademico tra Giordania, Stati Uniti ed Europa. Su LinkedIn ha presentato il campo come un progetto rivolto a studenti arabi tra i 17 e i 20 anni che intendono studiare all’estero. Fin qui, si potrebbe parlare di attivismo politico, duro quanto si vuole, dentro i confini della libertà di espressione. Il punto cambia quando si entra nei contenuti, nei riferimenti culturali e nelle figure celebrate.

Nell’intervista al podcast “Eib” della rete giordana Sowt, citata da Jewish Onliner, Saeed parla della lotta armata come via alla liberazione della Palestina e richiama figure legate al terrorismo palestinese. Tra queste Leila Khaled, militante del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, protagonista del dirottamento del volo TWA 840 nel 1969 e del tentativo di dirottamento del volo El Al 219 nel 1970. Nella stessa cornice compaiono Theresa Halsa, coinvolta nel dirottamento del volo Sabena 571 nel 1972, e Dalal Mughrabi, figura simbolo della strage della Coastal Road del 1978, in cui furono uccisi 38 israeliani, compresi 13 bambini. Quando questi nomi diventano materiale di ammirazione, la linea tra memoria politica e culto della violenza viene cancellata con una naturalezza impressionante.

Il programma non si limita a offrire strumenti retorici per il dibattito universitario. La sua pagina Instagram, @pal.prep, ha pubblicato materiali in cui il sionismo viene definito come un’ideologia razzista collegata alla supremazia bianca, mentre l’obiettivo del movimento nazionale ebraico viene descritto come la costruzione di una società ebraica etnicamente esclusiva. È la vecchia delegittimazione di Israele travestita da formazione per studenti brillanti, con il lessico del campus e la sostanza dell’indottrinamento.

Anche la lista di letture proposta dal gruppo è rivelatrice. Tra i testi consigliati compare “Uomini sotto il sole” di Ghassan Kanafani, scrittore palestinese di grande rilievo letterario, certo, ma anche dirigente del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, organizzazione indicata dagli Stati Uniti come gruppo terroristico. Kanafani resta una figura complessa sul piano culturale, però inserirlo in un percorso destinato a giovanissimi che si preparano a diventare attivisti nei campus occidentali assume un significato preciso, soprattutto quando l’intero impianto didattico dipinge il sionismo come crimine originario e Israele come presenza da smontare politicamente, moralmente e simbolicamente.

Il quadro si completa con l’entusiasmo mostrato da PalPrep per la People’s Conference for Palestine di Detroit, un evento criticato dall’Anti-Defamation League per l’omaggio a figure come Walid Daqqa e Khader Adnan e per la presenza di interventi apertamente solidali con gruppi come Hamas e la Jihad islamica palestinese. Anche qui, il problema non riguarda la critica a un governo israeliano, alla guerra o a specifiche decisioni politiche. Il nodo è la costruzione di un ambiente in cui l’identità nazionale ebraica viene associata a colonialismo, razzismo e pulizia etnica, mentre la violenza palestinese viene avvolta in un linguaggio eroico, quasi pedagogico.

Le università occidentali si sono spesso raccontate che la radicalizzazione anti-israeliana nasca spontaneamente nei campus, tra assemblee, tende, slogan e cortei. PalPrep suggerisce qualcosa di più inquietante: una parte di quella radicalizzazione arriva già preparata, con un vocabolario pronto, una genealogia di martiri e militanti, un manuale emotivo e politico per trasformare ogni aula in un tribunale contro Israele. L’obiettivo dichiarato è formare studenti capaci di “organizzarsi”. La domanda che l’Occidente dovrebbe porsi, prima di fingere ancora sorpresa, è che cosa stia davvero importando nelle proprie università sotto l’etichetta innocua dell’attivismo.