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Muore a 32 anni il rav che portò 500 haredim nell’esercito

Yaakov Aharon Farber aveva creato un programma innovativo per conciliare servizio militare e vita religiosa. Dopo la sua morte alcuni estremisti hanno festeggiato distribuendo cibo nelle yeshivot

Paolo Montesi

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Muore a 32 anni il rav che portò 500 haredim nell'esercito

Aveva soltanto trentadue anni, una moglie e sei figli, l’ultima nata appena tre mesi fa. Eppure Yaakov Aharon Farber era già diventato una delle figure più conosciute nel difficile dialogo tra il mondo haredi e lo Stato di Israele. Il rabbino, morto all’ospedale Hadassah Ein Kerem di Gerusalemme dopo una lunga malattia, lascia in eredità un progetto che in meno di due anni ha consentito a circa cinquecento uomini ultraortodossi di prestare servizio nelle Forze di difesa israeliane senza rinunciare alla propria identità religiosa.

La sua scomparsa ha suscitato profondo cordoglio in ampi settori della società israeliana. Accanto ai messaggi di lutto, tuttavia, si sono registrati anche episodi che hanno provocato indignazione. Secondo diversi media israeliani, piccoli gruppi estremisti contrari all’arruolamento degli haredim hanno celebrato la sua morte distribuendo kugel, frutta e bevande in alcune yeshivot e kollelim (istituti di studio religioso ebraico riservati soprattutto a uomini sposati)e diffondendo messaggi nei quali Farber veniva indicato come responsabile di una presunta “distruzione spirituale”. Si tratta di iniziative attribuite a frange radicali, che non rappresentano l’insieme del mondo haredi.

Appartenente alla comunità chassidica di Belz e residente a Givat Ze’ev, Farber aveva fondato Ma’alot Tzur, un’iniziativa nata con un obiettivo preciso. Dimostrare che un uomo haredi può contribuire alla difesa del Paese senza abbandonare il proprio stile di vita religioso. “Entrano haredim ed escono haredim”, ripeteva spesso per spiegare la filosofia del programma.

Per raggiungere questo risultato erano state concordate condizioni particolari con l’esercito. I partecipanti seguivano un’alimentazione mehadrin (e, cioè, una alimentazione kasher molto rigorosa), disponevano di tempi riservati allo studio della Torah e alla preghiera, operavano in contesti separati tra uomini e donne e, in alcuni incarichi, evitavano persino la tradizionale uniforme militare. Il progetto era rivolto soprattutto a uomini sposati che non studiavano più a tempo pieno nelle yeshivot e rimanevano comunque sotto la guida dei propri rabbini.

I volontari venivano preparati per attività tecniche considerate essenziali dalle Forze di difesa israeliane, dalla manutenzione dei sistemi elettronici alle comunicazioni, dai software ai mezzi militari, acquisendo al tempo stesso competenze professionali utilizzabili anche nella vita civile.

Fino all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, Farber aveva concentrato gran parte del proprio lavoro sull’inserimento degli haredim nel mercato del lavoro. Lo scoppio della guerra cambiò però le sue priorità. Convinto che il Paese stesse affrontando un’emergenza nazionale senza precedenti, iniziò a promuovere anche forme di partecipazione militare compatibili con la tradizione ultraortodossa.

L’iniziativa ottenne il sostegno di autorevoli figure rabbiniche, tra cui il Rebbe di Belz e il rabbino David Leibel. Allo stesso tempo attirò l’ostilità dei movimenti più radicali contrari a qualsiasi forma di servizio nell’esercito. Negli ultimi mesi Farber era stato oggetto di manifestazioni davanti alla propria abitazione, campagne di boicottaggio e pressioni rivolte alle aziende che pubblicizzavano Ma’alot Tzur. Alcuni manifesti del programma erano stati perfino bruciati durante proteste pubbliche.

La sua storia riflette una delle questioni più delicate della società israeliana. Da decenni il rapporto tra il servizio militare obbligatorio e il mondo haredi divide il Paese e alimenta un acceso confronto politico, giuridico e religioso. Dopo il 7 ottobre il dibattito si è intensificato ulteriormente, anche alla luce dell’aumento delle esigenze operative dell’esercito e delle decisioni della Corte suprema che hanno rimesso in discussione il sistema delle esenzioni.
Nato a Montréal in una famiglia appartenente alla dinastia chassidica di Belz, Farber era cresciuto ad Ashdod prima di stabilirsi a Givat Ze’ev. Oltre all’impegno per l’integrazione degli haredim nelle Forze di difesa israeliane, aveva dedicato gran parte della propria attività ad aiutare le famiglie ultraortodosse a raggiungere l’autonomia economica senza rinunciare ai propri valori religiosi.

Il funerale, celebrato al cimitero di Har HaMenuchot a Gerusalemme, ha riunito esponenti della comunità di Belz, amici e centinaia di persone che avevano beneficiato del suo lavoro. La sua morte interrompe una vita brevissima. L’esperienza di Ma’alot Tzur e le centinaia di uomini che, grazie a lui, hanno trovato una strada per servire Israele restano il segno più concreto della sua eredità.