Le elezioni americane di metà mandato hanno restituito ai democratici il controllo del Congresso, ma il risultato assume un significato particolare se osservato attraverso il rapporto fra Stati Uniti, Israele e comunità ebraiche americane. Il dato più interessante racchiude un apparente paradosso: mentre nel Partito Democratico cresce l’influenza di candidati fortemente critici verso Israele, gli elettori ebrei continuano a votare in larga maggioranza per i democratici. Secondo un sondaggio postelettorale commissionato da J Street, il 72% degli elettori ebrei ha sostenuto candidati democratici, contro il 24% che ha votato repubblicano. La continuità con le precedenti consultazioni è evidente. Sarebbe però un errore considerarla un’adesione incondizionata all’evoluzione ideologica del partito.
Il voto ebraico americano è storicamente legato a una cultura politica liberale, alla difesa delle libertà civili e alla separazione fra religione e Stato. Per molti elettori, il giudizio su Trump e la preoccupazione per la tenuta delle istituzioni democratiche continuano a prevalere sulle divergenze riguardanti Israele. Lo stesso sondaggio indica che la difesa della democrazia è stata una priorità per il 44% degli intervistati, mentre l’antisemitismo è stato indicato dal 21% e Israele dal 14%. Dietro questa continuità elettorale si profila tuttavia una trasformazione significativa.
Il nuovo Congresso comprenderà una componente progressista più numerosa, favorevole a condizionare o interrompere gli aiuti militari americani a Israele. Non si tratta soltanto di contestare le scelte di Benjamin Netanyahu. In alcuni ambienti politici viene messa in discussione la stessa natura di Israele come Stato ebraico. È una posizione distinta dalla critica alle politiche del governo israeliano e destinata ad alimentare ulteriori divisioni. Il Michigan offre un esempio particolarmente significativo.
La vittoria del democratico Abdul El-Sayed, sostenitore dell’interruzione degli aiuti militari a Israele, ha provocato profonde tensioni nella comunità ebraica locale. La deputata democratica Haley Stevens è arrivata a sostenere il candidato repubblicano Mike Rogers. Eppure, secondo un’indagine sugli elettori ebrei che avevano votato anticipatamente, una maggioranza ha comunque scelto El-Sayed, sebbene con un sostegno sensibilmente inferiore a quello accordato ad altri candidati democratici. Il caso conferma quanto sia articolato il comportamento elettorale degli ebrei americani. E salta agli occhi anche una questione più profonda: il rapporto fra appartenenza politica, identità ebraica e sostegno a Israele sta diventando sempre più complesso.
Le conseguenze geopolitiche potrebbero essere rilevanti. Il Congresso democratico avrà maggiori strumenti per esercitare pressioni sull’amministrazione Trump, soprattutto riguardo agli aiuti militari, alle operazioni contro l’Iran e alla gestione del conflitto israelo-palestinese. L’alleanza strategica fra Washington e Gerusalemme resta solida, ma il sostegno americano a Israele sarà sempre più esposto alle dinamiche della politica interna. Per Israele, abituato a considerare il consenso bipartisan americano una componente fondamentale della propria sicurezza nazionale, questa trasformazione rappresenta una sfida strategica. La capacità di mantenere relazioni con entrambi gli schieramenti diventerà ancora più importante, soprattutto in una fase nella quale il confronto con l’Iran continua a condizionare gli equilibri regionali.
Per gli ebrei americani la questione è diversa, ma altrettanto delicata. Il problema non è scegliere fra fedeltà al Partito Democratico e sostegno a Israele. È garantire che la pluralità delle posizioni politiche ebraiche possa esprimersi senza che l’identità ebraica, il rapporto con Israele o le opinioni sul sionismo diventino criteri di esclusione dalla vita pubblica. La critica alle politiche di Israele appartiene alla normale dialettica democratica. L’antisemitismo, invece, emerge quando agli ebrei vengono attribuite responsabilità collettive, quando si utilizzano stereotipi antiebraici o quando viene loro richiesto di prendere le distanze da Israele per essere considerati interlocutori legittimi.
Il risultato delle elezioni di midterm conferma la capacità del Partito Democratico di conservare il consenso della maggioranza degli ebrei americani, anche mentre cambia profondamente il proprio rapporto con Israele. È questo il paradosso politico che merita attenzione. Per decenni il sostegno a Israele e il voto democratico hanno potuto convivere senza particolari contraddizioni. Oggi quella convivenza richiede mediazioni sempre più difficili. Il vero banco di prova riguarderà, insieme alla politica americana verso Gerusalemme, la capacità delle istituzioni e dei partiti di garantire che gli ebrei americani possano partecipare pienamente alla vita politica senza dover continuamente giustificare la propria identità o le proprie relazioni con Israele.

