C’è poco da discutere: le elezioni americane del 3 novembre consegnano ai Democratici il controllo del Congresso e segnano una svolta preoccupante per Israele. Tra i nuovi parlamentari eletti a Washington figurano esponenti della sinistra radicale che hanno fatto dell’opposizione allo Stato ebraico uno dei principali argomenti della propria campagna elettorale. Il risultato rischia di modificare profondamente gli equilibri di un rapporto che, per decenni, ha potuto contare su un ampio consenso bipartisan.
Il caso più significativo arriva dal Michigan, dove Abdul El-Sayed, medico di 42 anni ed ex responsabile della sanità pubblica di Detroit, ha sconfitto il repubblicano Mike Rogers, diventando il primo musulmano eletto al Senato degli Stati Uniti. El-Sayed ha accusato Israele di genocidio a Gaza, chiesto l’interruzione degli aiuti militari americani e sostenuto che le risorse dei contribuenti debbano essere destinate ai servizi pubblici nazionali.
La sua affermazione rappresenta una pesante sconfitta per l’AIPAC, la principale organizzazione americana impegnata nel sostegno politico a Israele. Durante le primarie democratiche, gruppi vicini alla lobby avevano investito quasi 30 milioni di dollari per favorire la candidatura della deputata moderata Haley Stevens. L’enorme mobilitazione finanziaria si è rivelata insufficiente e ha finito per rafforzare l’immagine di El-Sayed come avversario dell’establishment.
Un altro risultato significativo arriva dal Maine, dove il democratico Troy Jackson ha sconfitto Susan Collins, senatrice repubblicana da trent’anni a Washington e tradizionale sostenitrice di Israele. Jackson ha promesso di opporsi ai finanziamenti militari americani destinati allo Stato ebraico e ha definito Benjamin Netanyahu un criminale di guerra.
Anche in Texas, dove James Talarico ha conquistato un seggio senatoriale storicamente repubblicano, emerge una maggiore distanza dalle posizioni israeliane. Talarico riconosce il diritto di Israele alla sicurezza e sostiene il finanziamento dei sistemi difensivi, compreso Iron Dome, pur chiedendo restrizioni alla vendita di armamenti offensivi.
Alla Camera dei rappresentanti, intanto, si rafforza la componente vicina ai Democratic Socialists of America, formazione apertamente antisionista. A New York sono stati eletti candidati legati all’area politica del sindaco Zohran Mamdani, tra cui Claire Valdez e Brad Lander. Quest’ultimo, ebreo e dichiaratamente sionista liberale, ha assunto posizioni durissime contro il governo israeliano, accusando il Paese di apartheid e genocidio.
Il cambiamento investe anche il ruolo delle organizzazioni filo-israeliane nella politica americana. Il sostegno dell’AIPAC, un tempo considerato una risorsa preziosa soprattutto nelle competizioni interne al Partito Democratico, è diventato in alcune circoscrizioni un elemento utilizzato dagli avversari per screditare i candidati che lo ricevono.
Sarebbe tuttavia prematuro considerare l’intero Partito Democratico schierato contro Israele. Al suo interno continuano a convivere sensibilità differenti, dai sostenitori dell’alleanza strategica con Gerusalemme ai progressisti favorevoli a subordinare gli aiuti militari al comportamento del governo israeliano.
La novità politica riguarda soprattutto la crescente disponibilità degli elettori a premiare candidati che contestano apertamente una relazione considerata per lungo tempo uno dei pilastri della politica estera americana.
Per Israele si apre così una fase delicata. Il nuovo Congresso potrà esercitare pressioni sulle forniture militari e sulla cooperazione bilaterale, mentre la progressiva polarizzazione del dibattito americano rischia di trasformare il sostegno allo Stato ebraico in una questione sempre più legata all’appartenenza politica. Una prospettiva che, guardando alle presidenziali del 2028, Gerusalemme dovrà prendere molto sul serio.

