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Israele, corsa alla presidenza della Knesset

Lapid ed Eisenkot tra i candidati alla successione di Ohana. La nuova maggioranza parlamentare cerca di assumere il controllo dell’agenda legislativa

Shira Navon

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Israele, corsa alla presidenza della Knesset
Iimmagine generata con AI

L’opposizione israeliana prepara la prima mossa dopo le elezioni e punta alla presidenza della Knesset, il Parlamento che si insedierà il 10 novembre. L’obiettivo del cosiddetto blocco del cambiamento è sostituire Amir Ohana, esponente del Likud, per assumere il controllo dei lavori parlamentari prima ancora che venga formato un nuovo governo. Tra i possibili successori figurano Yair Lapid, leader di Beyachad, e Gadi Eisenkot, presidente di Yashar. Una partita istituzionale che potrebbe condizionare le trattative per la nascita dell’esecutivo.

Secondo quanto riferisce Channel 12, i partiti contrari a Benjamin Netanyahu dispongono, considerando anche le formazioni arabe, di 67 deputati sui 120 della Knesset. Una maggioranza sufficiente, almeno sulla carta, per eleggere un nuovo presidente dell’assemblea. Escludendo la Lista araba unita, tuttavia, i seggi scendono a 56, una cifra che rivela quanto sia complesso trasformare la convergenza parlamentare contro Netanyahu in una coalizione di governo.

La presidenza della Knesset assume particolare importanza durante la fase di transizione. Chi la occupa può influire sull’organizzazione dei lavori e sulla programmazione delle votazioni, mentre la collaborazione con la commissione organizzatrice, incaricata di predisporre il funzionamento delle commissioni parlamentari, consente di incidere concretamente sui tempi dell’attività legislativa.

Tra le iniziative che il blocco del cambiamento vorrebbe promuovere figura una legge per istituire una commissione d’inchiesta sugli eventi del 7 ottobre 2023. Si discute inoltre di provvedimenti per limitare la durata degli incarichi di governo. L’eventuale controllo della presidenza e delle commissioni offrirebbe dunque all’opposizione strumenti per esercitare pressione sull’esecutivo uscente.

La candidatura di Lapid presenta però alcune difficoltà politiche. La sua elezione potrebbe consolidare temporaneamente l’unità del fronte anti-Netanyahu, creando al tempo stesso un ostacolo qualora Eisenkot decidesse di partecipare a un governo di unità nazionale dal quale Beyachad restasse escluso. Sostituire successivamente un presidente della Knesset contrario alle dimissioni richiederebbe infatti una maggioranza particolarmente ampia.

Per questa ragione viene considerata anche l’ipotesi Eisenkot. L’ex capo di Stato maggiore, alla guida di Yashar, potrebbe ottenere il sostegno del blocco del cambiamento e incontrare minori resistenze da parte dei partiti ultraortodossi. La sua eventuale presidenza potrebbe inoltre rappresentare una soluzione provvisoria, compatibile con un successivo ingresso nel governo.

Un precedente significativo risale al 2020, quando Benny Gantz assunse la presidenza della Knesset durante le trattative per formare un esecutivo di unità nazionale con Netanyahu. Rimase in carica meno di due mesi, prima di dimettersi per diventare ministro della Difesa e primo ministro alternato. La presidenza passò allora a Yariv Levin.

Un ruolo determinante potrebbe spettare ad Avigdor Lieberman, leader di Yisrael Beiteinu, il cui sostegno risulta importante per gli equilibri parlamentari. Lieberman ha escluso pubblicamente di voler assumere personalmente la presidenza. È circolato anche il nome del suo compagno di partito Oded Forer, sul quale però le formazioni arabe hanno già espresso contrarietà. Nel frattempo il presidente della Repubblica Isaac Herzog ha invitato i leader politici ad affrontare le consultazioni con disponibilità al compromesso, chiedendo loro di abbandonare le posizioni più rigide.

La questione della presidenza parlamentare anticipa così il confronto sulla formazione del governo. Il risultato elettorale ha prodotto una maggioranza potenzialmente capace di controllare la Knesset, mentre gli accordi necessari per governare restano incerti. La scelta del successore di Ohana sarà uno dei primi indicatori della capacità delle opposizioni di trasformare i numeri parlamentari in un’intesa politica duratura.