Una giornalista israeliana capace di entrare nei palazzi del potere arabo quando Israele era ancora considerato un nemico, di conquistare la fiducia di generali e presidenti e di favorire contatti diplomatici che sembravano impossibili. Tamar Golan, morta nel 2011, torna al centro dell’attenzione grazie a La donna in bianco, il documentario della regista Emmanuelle Meyer premiato al festival Docaviv – il più importante festival israeliano dedicato al cinema documentario e uno degli appuntamenti più prestigiosi del settore a livello internazionale – che ricostruisce la vita di una figura rimasta a lungo ai margini della storia ufficiale della diplomazia israeliana.
Golan aveva cominciato come giornalista del quotidiano Maariv e della BBC, lavorando soprattutto in Africa, un continente che conosceva profondamente e nel quale aveva costruito una rete straordinaria di relazioni personali. Dal Congo alla Costa d’Avorio, aveva frequentato uomini di governo e oppositori, attraversando crisi politiche e guerre civili. Il presidente ivoriano Félix Houphouët-Boigny la considerava quasi una figlia.
Dopo la guerra dello Yom Kippur del 1973, quando numerosi Stati africani interruppero le relazioni diplomatiche con Israele, Golan si trasferì a Parigi. Il suo appartamento di rue Lauriston divenne un luogo d’incontro informale per politici israeliani, rappresentanti arabi e uomini dei servizi di sicurezza. In quelle stanze si svilupparono rapporti che contribuirono ad aprire canali di comunicazione riservati, anche in vista del processo di pace con l’Egitto.
Nel dicembre 1977, poche settimane dopo la storica visita di Anwar Sadat a Gerusalemme, Golan incontrò al Cairo il generale Mohamed Abdel Ghani el-Gamasy, protagonista della guerra del 1973 e allora ministro della Guerra egiziano. Tra i due nacque una relazione sentimentale durata anni, intrecciata a una stagione nella quale i rapporti tra israeliani ed egiziani stavano cambiando radicalmente.
La sua attività diplomatica rimase quasi sempre priva di riconoscimenti ufficiali. Golan contribuì anche a creare contatti con esponenti dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina e, attraverso le sue conoscenze, sostenne iniziative legate alla ricerca dell’aviatore israeliano Ron Arad e all’emigrazione degli ebrei etiopi.
Nel 1994 fu nominata prima ambasciatrice israeliana in Angola, durante la guerra civile. Tornata in Israele, promosse gli studi africani all’Università Ben-Gurion del Negev, continuando a insegnare e a impegnarsi pubblicamente. Il documentario di Meyer, costruito attraverso diari, lettere, testimonianze e materiali d’archivio, restituisce anche il lato più doloroso della sua esistenza. Da giovane Golan aveva perso un figlio appena nato e successivamente il marito Aviahu, morto in Etiopia. Il bianco che indossava abitualmente, diventato il suo segno distintivo, era stato scelto come colore del lutto, secondo una tradizione africana alla quale si era ispirata.
La regista ha dedicato anni a ricostruire una biografia disseminata tra archivi privati e ricordi spesso discordanti. Ne emerge una donna che aveva fatto della fiducia personale uno strumento politico, anticipando un modo di intendere la diplomazia nel quale i rapporti umani possono aprire strade precluse ai negoziati ufficiali.
Nel marzo 2011, a 77 anni, Golan si tolse la vita. Nella lettera d’addio confessava di aver perduto la fiducia nella possibilità di contribuire alla pace. Oggi, mentre il Medio Oriente continua a confrontarsi con conflitti e profonde diffidenze reciproche, il film riporta all’attenzione una domanda che attraversa tutta la sua storia. Quanto possono incidere le persone capaci di costruire rapporti oltre i confini politici, religiosi e nazionali, anche quando il loro lavoro resta invisibile?

