Oltre cento porti coinvolti, migliaia di lavoratori mobilitati e un obiettivo dichiarato, ostacolare il trasporto di armi destinate a Israele. Lo sciopero internazionale dei portuali di venerdì 30 ottobre ha attraversato diversi Paesi europei, estendendosi anche ad alcuni scali del Mediterraneo meridionale, e ha riportato al centro del confronto politico una questione sempre più delicata per lo Stato ebraico, la possibilità che le campagne di boicottaggio incidano sulle sue catene di approvvigionamento militare.
La mobilitazione è stata promossa da organizzazioni sindacali di Francia, Italia, Spagna, Grecia, Turchia e Marocco, che hanno chiesto di interrompere il transito di armamenti e materiale bellico attraverso le infrastrutture portuali. Secondo gli organizzatori, più di cento scali hanno aderito all’iniziativa, accompagnata da manifestazioni e cortei nei quali sono comparse numerose bandiere palestinesi. La protesta, presentata come un’iniziativa contro la militarizzazione dei porti, ha assunto una connotazione apertamente politica attraverso la richiesta di fermare le forniture a Israele e porre fine alla guerra a Gaza.
In Grecia lo sciopero ha interessato il Pireo, il principale porto commerciale del Paese, dove il rappresentante sindacale Giorgos Gogos ha ribadito l’opposizione dei lavoratori all’impiego degli scali per il trasporto di materiale militare. Manifestazioni sono state organizzate anche in Italia, con iniziative annunciate a Genova, Trieste e Gioia Tauro, mentre in Francia i sindacati hanno proclamato un’astensione dal lavoro nei porti di Le Havre, Marsiglia, Dunkerque e Rouen. A Istanbul, davanti allo scalo di Haydarpaşa, i manifestanti hanno esposto cartelli contro la guerra e il riarmo.
Alla mobilitazione è arrivato anche un esplicito riconoscimento da Hamas. In un comunicato diffuso venerdì 30 ottobre, l’organizzazione terroristica palestinese ha elogiato il movimento di solidarietà dei lavoratori, richiamando la partecipazione di oltre 25 sindacati in 113 porti di 22 Paesi. Hamas ha espresso «saluti e apprezzamento» alle organizzazioni sindacali coinvolte e le ha invitate a proseguire le iniziative contro il trasferimento di armi e attrezzature militari a Israele. Il comunicato, riportato il 31 ottobre dal Jerusalem Post, rappresenta un elemento politico significativo: Hamas ha indicato nello sciopero un esempio da seguire e ampliare. Il sostegno dichiarato da Hamas non dimostra un rapporto organizzativo con i sindacati promotori, ma rende evidente l’interesse del gruppo per iniziative capaci di ostacolare le forniture allo Stato ebraico.
La dimensione internazionale dell’iniziativa rappresenta il suo elemento politicamente più significativo. Le organizzazioni sindacali cercano infatti di coordinare azioni che, fino a pochi anni fa, erano prevalentemente locali, trasformando i porti in luoghi di pressione sulle scelte di politica estera e di difesa dei governi.
Il precedente più rilevante riguarda la Spagna, che ha adottato una linea restrittiva nei confronti delle navi sospettate di trasportare armamenti destinati a Israele. Già nel maggio 2024 Madrid aveva negato l’attracco a Cartagena alla Marianne Danica, proveniente dall’India con un carico di esplosivi. La decisione aveva inaugurato una politica di controlli e divieti che ha successivamente coinvolto altre imbarcazioni.
Le conseguenze immediate dello sciopero appaiono tuttavia contenute. Secondo Markus Baker, responsabile del settore marittimo e logistico della società Marsh, un’interruzione di ventiquattr’ore difficilmente può compromettere il commercio mondiale, sebbene possa provocare ritardi nelle consegne più sensibili. Il problema potrebbe diventare più serio qualora iniziative analoghe si ripetessero, aggravando le difficoltà delle catene di approvvigionamento internazionali.
Per Israele, il rischio principale riguarda dunque l’evoluzione di queste proteste. L’eventuale saldatura tra mobilitazioni sindacali e decisioni restrittive dei governi potrebbe rendere più complesso il trasferimento di materiali strategici, introducendo nuove incertezze nei rapporti commerciali e militari con l’Europa.
Resta inoltre una questione di principio. Il diritto dei lavoratori a scioperare e a manifestare le proprie convinzioni politiche è indiscutibile, mentre la pretesa di condizionare attraverso il blocco delle merci le forniture militari a uno Stato solleva interrogativi sulla responsabilità delle decisioni e sulle conseguenze per la sicurezza internazionale. Soprattutto quando quello Stato è Israele, impegnato a fronteggiare minacce che continuano a gravare sulla sua sicurezza.

