Home > Attualità > Cassazione, la cultura non giustifica la violenza sulle donne

Cassazione, la cultura non giustifica la violenza sulle donne

La sentenza sul caso di una donna nigeriana riapre il confronto sui diritti universali e sul silenzio della sinistra

Paola Concia

Tempo di Lettura: 3 min
Cassazione, la cultura non giustifica la violenza sulle donne

In Italia una donna nigeriana, sposata a quindici anni, viene picchiata e umiliata per anni dal marito. Anche quando è incinta, anche davanti ai figli. Lui controlla la sua vita e la minaccia: se denuncia, le porterà via i bambini. Viene condannato per maltrattamenti, fa ricorso in Cassazione e la sua difesa richiama il contesto culturale e religioso da cui proviene per contestare l’aggravante dei futili motivi.

La Cassazione, con la sentenza n. 38233 depositata il 3 novembre 2026, respinge questo argomento: le convinzioni culturali e religiose che presuppongono la subordinazione della donna all’uomo non escludono quell’aggravante quando la violenza serve a impedirle di essere libera.

È una sentenza fondamentale, mette un punto fermo su qualcosa che dovrebbe essere dato per scontato, ma per tante donne immigrate non lo è: una donna non appartiene a suo marito. Nessuna tradizione gli dà il diritto di decidere come deve vivere, né rende meno grave la violenza con cui pretende di imporsi.

Confesso che la mia prima reazione è stata: ma dobbiamo davvero arrivare in Cassazione per ribadirlo? Ma era una reazione istintiva, invece, il diritto di ricorrere vale per tutti. Le garanzie vanno rispettate sempre e con chiunque. Resta però un interrogativo più di carattere culturale per una difesa che cerca “nelle ragioni culturali e religiose” un argomento che, se l’uomo fosse stato italiano, difficilmente sarebbe stato sollevato, grazie alle tante battaglie civili che abbiamo condotto anche insieme a tante giuriste.

Finora, l’unica presa di posizione politica che ho trovato è quella di Souad Sbai, giornalista, ex deputata e responsabile nazionale del dipartimento Pari opportunità della Lega. Ha fatto bene a parlarne. A sinistra non ho trovato analoghe reazioni pubbliche, e questa assenza mi pesa. Questa dovrebbe essere una battaglia nostra, da rivendicare con convinzione. Lasciarla alla destra significa rinunciare a una parte fondamentale della nostra storia.

Lo dico perché da quarant’anni, insieme a migliaia di donne e uomini di sinistra, critico aspramente la Chiesa per le sue ingerenze sulle leggi dello Stato e sulle libertà fondamentali. Ci siamo battuti perché nessuna autorità religiosa potesse decidere della nostra vita, del nostro corpo, dei nostri affetti. Io continuo a riconoscermi in quella battaglia e pretendo che il suo principio valga per tutte le donne.

La stessa fermezza che abbiamo avuto verso la Chiesa dobbiamo averla verso ogni autorità e prescrizione religiosa che limiti la libertà delle donne. Non possiamo diventare esitanti quando cambiano la religione o la comunità con cui dobbiamo confrontarci.

Da femminista universalista, non accetto che a una donna si chieda di sopportare ciò contro cui noi ci siamo ribellate. Non accetto che il rispetto per la sua cultura venga prima del rispetto per lei, per i suoi desideri e per il suo diritto di scegliere.

Una sinistra laica e femminista dovrebbe essere al suo fianco, senza lasciarla sola a difendersi dalla famiglia, dalla comunità o dall’autorità religiosa, perché quella donna nigeriana deve sapere che le libertà che valgono per noi, valgono anche per lei. Una sinistra laica e femminista non solo a chiacchiere si comporta così.