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Le vittime di Hamas. Ma i pro-pal sono sordi

Una testimonianza dalla Striscia racconta persecuzioni, torture e controllo degli aiuti. La sofferenza dei palestinesi che denunciano Hamas resta ignorata

Tiziana Della Rocca

Tempo di Lettura: 4 min
Le vittime di Hamas. Ma i pro-pal sono sordi

Israele è tornata al voto con elezioni cruciali nella storia di questo Paese e, a quanto pare, importanti anche per il mondo intero, visto l’interesse e la morbosità con cui sono state seguite. Non sono mancati, in Italia come altrove, i soliti opinionisti pronti a screditare la democrazia israeliana attraverso commenti del tipo: «Tanto, per i palestinesi non cambierà nulla», come a dire che, qualunque sia il risultato, Israele si comporterebbe sempre da Stato canaglia nei loro confronti. Se invece a tornare alle urne sono gli americani, qualunque sia il risultato, tutti pronti a celebrare la democrazia.

È incredibile come, a distanza di tre anni, gli stessi ambienti pro-pal continuino a dichiarare di voler difendere la causa palestinese, mentre in realtà sono impegnati a individuare ogni giorno nuovi pretesti per attaccare Israele, un fenomeno che, purtroppo, sembra destinato a peggiorare.

È sempre la stessa vecchia storia: un gruppo trova la propria coesione nell’individuazione di un nemico comune, trasformando l’attacco collettivo in un rito di appartenenza. Israele è diventato il bersaglio attorno al quale costruire identità e solidarietà. Così facendo, si è finito per sostenere il terrorismo islamista che ogni giorno contribuisce ad aggravare la tragedia palestinese. Anziché favorire un percorso di emancipazione della causa palestinese dalla sua condizione di ostaggio di Hamas, si è contribuito a perpetuarla. Eppure, esistono palestinesi che non si riconoscono in Hamas: perché non contattarli per farsi raccontare quello che accade nella Striscia?

Di un capofamiglia di Gaza, contrario ad Hamas, ho già raccontato la drammatica storia familiare, segnata dalle persecuzioni. Oggi mi riferisce che un loro cugino sarebbe stato rapito con l’accusa di corruzione morale e condotto nella prigione di Asdaa, a Khan Yunis. Qui sarebbe stato torturato e ucciso perché sospettato di essere un collaborazionista di Israele. Ora la famiglia vive nel terrore che possa accadere la stessa cosa a un altro dei suoi membri.

Lo sanno anche i sassi, anche se nelle piazze non viene gridato, che ancora oggi a Gaza vige un sistema di intimidazione della popolazione, basato su minacce, arresti e uccisioni, volto a impedire qualsiasi forma di dissenso nei confronti di Hamas. La famiglia vive nella paura, a cui si aggiungono la rabbia e il dolore per gli abusi che continua a subire. La condizione di sofferenza che descrive è insopportabile e infernale. Vorrebbe denunciare, per mio tramite, non soltanto le conseguenze tragiche della guerra, ma anche i crimini ai quali assiste, in particolare quelli legati al controllo delle risorse e dei meccanismi di approvvigionamento da parte di Hamas.

Mi viene spiegato, nel dettaglio, come funziona il sistema commerciale: i commercianti di Gaza acquistano generi alimentari principalmente da fornitori israeliani e palestinesi della Cisgiordania. Israele controlla i principali punti di passaggio e le autorizzazioni necessarie per l’ingresso delle merci. Il problema è che soltanto un numero ristretto di commercianti palestinesi è autorizzato a importarle; Hamas impone loro prelievi e tassazioni che fanno lievitare i prezzi al dettaglio, aggravando ulteriormente le difficoltà economiche della popolazione. Una parte delle forniture viene distribuita esclusivamente ai sostenitori del regime, un’altra immessa sul mercato a prezzi triplicati rispetto a quelli originari. Per le famiglie povere, come quella del mio contatto palestinese, questo significa non poter accedere neppure ai beni di prima necessità. Anche l’elettricità, indispensabile, tra le altre cose, al funzionamento degli impianti di desalinizzazione dell’acqua, viene venduta a prezzi insostenibili, con ripercussioni sull’accesso ai servizi essenziali.

Ma il bello viene quando il racconto si sposta sulle organizzazioni umanitarie e sulle Nazioni Unite, che il mio interlocutore accusa di collusione con i terroristi. Queste organizzazioni portano nella Striscia aiuti alimentari attraverso distribuzioni gratuite e programmi di assistenza: come se non bastasse la diminuzione degli aiuti dovuta al taglio dei finanziamenti e alle difficoltà operative delle organizzazioni umanitarie, secondo il mio interlocutore, Hamas chiede e ottiene da loro di ridurle ulteriormente, e trattiene la differenza sotto forma di denaro o di merci. Anche se, dal punto di vista militare, Hamas è ormai quasi sconfitta, continua tuttavia a mantenere uomini armati e collaboratori in alcune zone, dove controlla l’economia, l’energia, l’istruzione, la sanità e le autorità locali.

Dietro questo racconto c’è una famiglia che non riesce più a immaginare un futuro nella propria terra. Ma il mondo pro-pal si volta dall’altra parte, e così fanno i media, lasciando nell’ombra ciò che accade realmente all’interno della Striscia. Chi si proclama difensore del popolo palestinese, in realtà, non darebbe mai spazio a una voce che denunciasse le persecuzioni, le intimidazioni e gli abusi di Hamas, anzi la screditerebbe e cercherebbe di metterla brutalmente a tacere, perché incompatibile con la sua crociata contro Israele, l’unico vero obiettivo.