Israele contesta la riconferma di due giudici della Corte internazionale di giustizia dell’Aia, accusati di avere già assunto posizioni ostili allo Stato ebraico. A sollevare il caso è Danny Danon, ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, che il 4 novembre ha denunciato pubblicamente la scelta dell’ONU, mettendo in discussione l’imparzialità dell’organismo chiamato a pronunciarsi anche sull’accusa di genocidio presentata dal Sudafrica contro Israele.
Al centro della controversia ci sono il giordano Mahmoud Daifallah Hmoud e la kenyana Phoebe Okowa, entrambi confermati per un mandato di nove anni che comincerà il 6 febbraio 2027. Insieme a loro sono stati eletti il britannico Dapo Akande, il francese François Alabrune e la singaporiana Rena Lee. La votazione si è svolta il 3 novembre, secondo la procedura che prevede maggioranze separate nell’Assemblea generale e nel Consiglio di sicurezza.
La protesta israeliana riguarda soprattutto i precedenti professionali dei due magistrati.
Hmoud, prima di entrare nella Corte nel maggio 2025, aveva rappresentato la Giordania alle Nazioni Unite. Il 18 ottobre 2023, appena undici giorni dopo il massacro compiuto da Hamas nel sud di Israele, intervenendo davanti al Consiglio di sicurezza a nome del gruppo arabo, aveva accusato lo Stato ebraico di crimini di guerra e chiesto che rispondesse delle proprie operazioni militari contro i palestinesi.
Diverso il percorso di Phoebe Okowa, giurista kenyana eletta giudice nel novembre 2025. Nel febbraio 2024 aveva rappresentato la Namibia durante le udienze dedicate alle conseguenze giuridiche delle politiche israeliane nei territori palestinesi, compresa Gerusalemme Est. Si trattava di un procedimento consultivo distinto dalla causa promossa dal Sudafrica, ma direttamente collegato alla controversia internazionale sulla condotta di Israele.
Per Danon, questi precedenti sollevano interrogativi sulla capacità dei magistrati di affrontare le questioni riguardanti Israele senza pregiudizi. L’ambasciatore ha definito la loro elezione un ulteriore esempio di quello che considera il pregiudizio strutturale delle Nazioni Unite nei confronti dello Stato ebraico, sostenendo che la scelta getti un’ombra sulla credibilità della Corte.
La questione investe uno dei principi fondamentali della giustizia internazionale. I quindici giudici dell’Aia, eletti per nove anni e rieleggibili, devono esercitare le proprie funzioni in piena indipendenza, senza rappresentare gli interessi dei rispettivi governi. Lo Statuto prevede inoltre limitazioni alla partecipazione ai procedimenti nei quali un magistrato abbia precedentemente svolto determinati incarichi professionali.
L’aver espresso posizioni diplomatiche o rappresentato uno Stato in una controversia diversa, tuttavia, non comporta automaticamente l’incompatibilità con ogni successivo giudizio riguardante Israele. Un’eventuale contestazione giuridica richiederebbe di esaminare le circostanze specifiche e le disposizioni applicabili.
È su questo terreno che la protesta israeliana assume particolare rilievo. La Corte sta infatti esaminando il ricorso presentato dal Sudafrica nel dicembre 2023, con il quale Pretoria accusa Israele di violare la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio attraverso le operazioni militari nella Striscia di Gaza.
I giudici hanno già disposto misure provvisorie, mentre una sentenza definitiva sul merito delle accuse deve ancora essere pronunciata. I magistrati appena eletti potrebbero dunque partecipare alle prossime fasi del procedimento.
La Corte internazionale di giustizia, principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, decide le controversie tra Stati ed emette pareri consultivi su questioni di diritto internazionale. È distinta dalla Corte penale internazionale, anch’essa con sede all’Aia, che esercita invece la propria giurisdizione sulla responsabilità penale individuale.
La controversia sollevata da Danon si inserisce nel deterioramento dei rapporti tra Israele e numerosi organismi delle Nazioni Unite dopo il 7 ottobre 2023. Per Gerusalemme, il problema riguarda ormai anche la fiducia nelle istituzioni incaricate di giudicare le sue responsabilità.
La sfida per la Corte sarà dimostrare, attraverso le proprie decisioni e il rigoroso rispetto delle garanzie processuali, che l’indipendenza dei magistrati rimane un principio effettivo anche nelle controversie politicamente più delicate.

