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Medio Oriente ed Europa. Strategia cercasi

Dall’Iran agli Houthi, la crisi del Golfo mostra i limiti americani e apre uno spazio che l’Europa deve saper occupare

Lodovico Festa

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Medio Oriente ed Europa. Strategia cercasi
Iimmagine generata con AI

Pechino ha chiamato a rapporto il ministro degli Esteri iraniano Seyyed Abbas Araghchi per invitarlo alla trattativa con Washington (naturalmente condendo la richiesta con l’affermazione che gli americani devono rispettare i diritti di Teheran). Si dimostra così che il blocco del petrolio iraniano nello Stretto di Hormuz per un certo verso sta funzionando abbastanza efficacemente e che, inoltre, la Cina teme scossoni dei mercati globali, rischiosissimi per le proprie esportazioni cioè per il motore del suo sviluppo.

Però caratteristica del cosiddetto CRINK (China, Russia, Iran e North Korea), di cui il vero leader è senza dubbio Xi Jinping, è trattare e insieme destabilizzare senza mai rinunciare all’uso, più o meno graduato, della forza.

Così, mentre Teheran riapre canali di dialogo con gli Stati Uniti, i fedeli alleati Houthi bombardano Riyadh e minacciano il passaggio di navi (per ora saudite) nel Mar Rosso. Mentre la “pacifica” Pechino rafforza la sua presenza militare a Gibuti, di fatto a sostegno del terrorismo dei jihadisti dello Yemen del Nord.

Questo evolversi della situazione ha messo in evidenza anche il bluff della Turchia, che presentatasi (insieme al Pakistan) come grande protettrice dei sauditi, non è in grado di mantenere le proprie promesse. A testimonianza, poi, di come tutta la situazione internazionale e in particolare quella mediorientale siano collegate, all’indebolimento di Ankara ha subito corrisposto un rafforzamento russo in un altro scenario di rilevante importanza “energetica” come la Libia.

Anche i fatti di questi giorni dimostrano come l’azione americana anche quando produce risultati positivi (come grazie al blocco dello stretto di Hormuz) non ha tutta l’efficacia necessaria innanzitutto a causa del carattere personalistico e unilaterale della politica dell’amministrazione Trump.

Il mese che deve passare prima che si tengano le elezioni di midterm negli Stati Uniti è ancora lungo, e i deficit strategici americani aggravati dall’attesa per la scadenza elettorale possono produrre guasti considerevoli.

Ecco perché un’iniziativa di emergenza europea che aiuti a gestire razionalmente i giorni che mancano al 3 novembre è indispensabile. Si è visto con l’azione di quel solido politico che è Mark Rutte, oggi segretario generale della Nato, nel trovare una soluzione alle tensioni Usa-Ue intorno alla questione Groenlandia. E uno spirito simile si coglie anche nelle mosse di Guido Crosetto sul Mar Rosso. In questo caso, poi, il governo italiano non si è limitato a difendere immediatamente i propri interessi strategici a causa di un eventuale blocco del petrolio saudita, ha anche fatto appello all’Unione europea perché avvii un’azione collettiva. E in questo senso ha trovato una sponda in Kaja Kallas. Però ora non si tratta soltanto di proporre interventi di breve periodo, ma anche di costruire una strategia.

L’Arabia Saudita ha bisogno non solo di essere difesa oggi ma di fissare anche le coordinate per poter programmare il proprio futuro e ciò significa innanzitutto una Penisola arabica liberata da un jihadismo eversivo che dal Libano a Gaza, dalla Cisgiordania ad ampie aree dell’Iraq fino allo Yemen lavora d’intesa con Teheran e minaccia tutti gli Stati del Golfo.

Si tratta, poi, di coinvolgere oggi nella costruzione di un nuovo equilibrio mediorientale/internazionale anche India e Turchia, tentate in questi ultimi mesi (sempre a causa delle carenze strategiche di Washington) di ritagliarsi posizioni terzaforziste ma con scarsi successi.

Ecco perché un’iniziativa come quella di Crosetto deve diventare la base per una più larga intesa se possibile tra Unione europea e Lega araba o, altrimenti, almeno tra Ue e Consiglio di cooperazione del Golfo.