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Lo Stretto di Hormuz riaccende la sfida globale

Le nuove tensioni nel Golfo riflettono un equilibrio internazionale sempre più fragile e mettono alla prova la capacità di reazione dell’Occidente

Lodovico Festa

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Lo Stretto di Hormuz riaccende la sfida globale

Non si può dire certo che lo scenario internazionale sia oggi caratterizzato dalla dialettica che aveva segnato lo scontro tra il campo liberaldemocratico e quello comunista dopo il 1945. Pur crescendo la polarizzazione tra Cina e Stati Uniti, permane un’ampia articolazione nelle scelte dei vari Stati, pur schierati. Uno dei più fedeli alleati di Washington, Javier Milei, continua infatti a mantenere eccellenti rapporti commerciali con la Cina, indispensabili per l’economia argentina. La Turchia, decisiva nella caduta del regime di Assad, conserva al tempo stesso buoni rapporti, attraverso il Qatar, con Hamas. I fondamentalisti islamici, strategicamente alleati di Mosca e Pechino, dagli iraniani ai talebani, rappresentano però il principale nemico dei militari russi impegnati a sostenere i regimi subsahariani. I nuovi missili costruiti dalla Corea del Nord sono inoltre interpretati dai cinesi come una carta che il Cremlino, storicamente alleato di Pyongyang, intende giocare per rafforzare il proprio peso all’interno del blocco alternativo a quello americano.

Al di là di queste differenziazioni, l’asse russo-cinese, insieme a Iran e Corea del Nord, mantiene un sostanziale coordinamento. Così, nel 2023, mentre l’India si preparava a collegarsi agli Stati del Golfo e all’Europa per avviare una nuova integrazione economica, l’Iran scatenò Hamas contro Israele per far fallire ogni possibile accordo. Allo stesso modo, nel maggio 2026, quando Pechino temeva una crisi globale capace di mettere in pericolo le basi sociali del proprio sistema di potere, Teheran, pur conservando la natura fanatica e apocalittica del suo regime, accettò tra maggio e giugno una tregua con gli Stati Uniti.

Perché, allora, questa tregua oggi entra in fibrillazione? A pesare è soprattutto quanto emerso nel recente vertice della Nato ad Ankara. La corsa a un riarmo europeo coordinato con Washington riduce le speranze russo-cinesi di un Occidente a corto di armamenti. L’appoggio della Turchia all’Ucraina rappresenta un duro colpo per Mosca; la partecipazione di Giappone e Australia a una sessione dell’Alleanza atlantica inquieta Pechino; l’offerta di Londra e Parigi di contribuire allo sminamento delle acque territoriali dell’Oman e dello Stretto di Hormuz ha infine allarmato Teheran.La diffusa propaganda su un Occidente, insieme ai suoi alleati indo-pacifici, ormai allo sbando è stata così smentita sotto diversi aspetti.

Da qui la ripresa degli attacchi alle navi in transito nello Stretto di Hormuz da parte delle forze militari e paramilitari iraniane e, dopo le risposte militari americane, la ripresa dei bombardamenti di Teheran contro gli Stati della Penisola Arabica che collaborano con Washington, a partire dai pesanti attacchi contro la Giordania, Paese finora relativamente risparmiato, anche perché la crescente debolezza militare del regime degli ayatollah rende sempre più difficile colpire direttamente Israele.Tutto ciò ha prodotto anche un nuovo impegno militare degli Stati del Golfo, a partire dagli Emirati Uniti, che hanno colpito obiettivi strategici iraniani in modo persino più incisivo delle stesse forze aeree e missilistiche americane.

Non pochi osservatori ritengono che, in questa situazione, l’Occidente avrebbe la possibilità di coinvolgere maggiormente l’Arabia Saudita nella costruzione di uno schieramento capace di garantire la libera circolazione nello Stretto di Hormuz. Riyad dispone infatti di diversi strumenti per influenzare le scelte di Mosca e Pechino e, indirettamente, il modo in cui i due Paesi esercitano il loro diritto di veto nel Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Forse, in questo contesto, la Casa Bianca dovrebbe affiancare ai pur valorosi immobiliaristi impegnati nella diplomazia mediorientale anche qualche politico di maggiore esperienza, capace di sostenere manovre più profonde e articolate, magari d’intesa con una Bruxelles che, improvvisamente, fosse in grado di assumere iniziative politiche e non limitarsi a dichiarazioni di principio.