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L’accordo Israele-Libano e la fragile tregua Iran-USA

Le opportunità e i gravi rischi. Che ruolo può giocare l’Unione Europea?

Lodovico Festa

Tempo di Lettura: 3 min
L’accordo Israele-Libano e la fragile tregua Iran-USA

Mentre la tregua Iran-Stati Uniti prosegue tra le tensioni determinate sia dalle manovre messe in atto dai negoziatori iraniani e dalle forti divisioni interne al regime di Teheran, sia dalla scarsa attitudine strategica dell’amministrazione Trump, alcuni sviluppi della situazione stanno determinando un cambiamento degli scenari in Medio Oriente: innanzi tutto, da una parte si sta definendo un nuovo e più stretto rapporto tra Arabia Saudita, Pakistan, Turchia ed Egitto; dall’altra, l’accordo tra Libano, Israele e Stati Uniti dà un consistente colpo, anche se forse non ancora definitivo, alle forze del fondamentalismo islamico presenti nella cosiddetta “Mezzaluna fertile”, che appaiono, peraltro, in difficoltà anche in Iraq.

Questo nuovo scenario offre alcune evidenti opportunità, ma non è privo di rischi a causa dell’atteggiamento di Ankara, che cavalca posizioni antisraeliane per ritagliarsi un ruolo egemone nell’asse Medio Oriente-Mediterraneo, mentre i processi di pacificazione dell’area di Gaza e del Sud Libano, pur avviati positivamente, mancano ancora della forza necessaria a ottenere risultati definitivi.
E tutte queste contraddizioni non risolte potrebbero, nel medio periodo, dare ai fondamentalisti sciiti ancora spazi per riprendere le loro attività eversive, a partire dallo Stretto di Hormuz.

È in questo contesto che i maggiori Stati dell’Unione europea potrebbero esercitare un’azione particolarmente efficace, che potrebbe essere utile anche per far riacquisire a Bruxelles un ruolo internazionale.

Il vertice tra Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron ha offerto, in tale senso, alcuni spunti positivi, accennando, per esempio, a truppe multinazionali da impegnare in Libano, al posto della fallimentare Unifil, per riportare la pace in quella nazione e garantire insieme la sicurezza di Israele.

Ora, sarebbe interessante se questa proposta si concretizzasse in un accordo tra il Consiglio di cooperazione del Golfo (o ancora meglio con la Lega araba) e l’Unione europea, per organizzare una forza militare adeguata al compito di disarmare le milizie di Hezbollah (e poi magari Hamas a Gaza), aiutando anche a costruire un sistema di sicurezza per tutta la Penisola arabica, da Aleppo ad Aden, capace di proteggere l’intera area da droni e missili, e che aiutasse a costruire un sistema di convivenza tra vecchie e nuove realtà statuali, e le diverse religioni ed etnie di tutta l’area.

Se si riuscisse a frenare certi istinti micro-imperialisti che non di rado animano anche gli Stati dell’Unione europea e si facesse pesare nel suo insieme Bruxelles anche nei confronti della Turchia, che ha un particolare bisogno di rapporti con il Vecchio continente, una parte dei rischi a cui si accennava all’inizio di questo articolo potrebbe essere evitata.

E magari questa potrebbe essere anche la via per formare una nuova “Legione araba”, in grado di mettere, quando necessario, “boots on the ground” e assumere direttamente quell’impegno che, come si è visto anche nel recente intervento militare contro l’Iran, per americani ed europei è particolarmente difficile sostenere.