La decisione dell’Iran di tornare a colpire Israele con missili balistici dopo mesi di relativa calma non è stata soltanto una risposta militare agli attacchi israeliani contro Hezbollah. Dietro quella scelta, secondo un’inchiesta del Wall Street Journal, c’è soprattutto il volto dell’uomo che oggi appare come il vero centro di gravità del potere iraniano: Ahmad Vahidi, comandante dei Pasdaran, ricercato dall’Interpol per il suo presunto coinvolgimento nell’attentato contro la sede della comunità ebraica di Buenos Aires del 1994 e protagonista di una rapida ascesa ai vertici del regime.
Il suo nome dice molto anche a chi osserva l’Iran dall’esterno. Da anni Vahidi appartiene all’ala più ideologica e aggressiva della Repubblica islamica, quella che considera la pressione militare uno strumento indispensabile per conservare prestigio regionale, influenza politica e capacità negoziale. Oggi, dopo la morte del suo predecessore Mohammad Pakpour durante l’operazione israeliana “Ruggito del Leone”, quella corrente dispone di un leader che controlla direttamente il più potente apparato armato del Paese.
Secondo il Wall Street Journal, è stato proprio Vahidi a convincere il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale a rispondere militarmente contro Israele dopo gli attacchi nella Dahieh di Beirut, il quartiere che rappresenta il principale bastione di Hezbollah. Sul tavolo esistevano posizioni differenti. Alcuni dirigenti iraniani, compreso il presidente Masoud Pezeshkian e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, avrebbero preferito evitare un’escalation capace di compromettere i delicati colloqui con l’amministrazione Trump. Alla fine ha prevalso la linea dura.
L’episodio offre una fotografia precisa degli attuali equilibri interni. Nella Teheran del 2026 il potere formale e quello reale coincidono sempre meno. Il presidente parla, il ministero degli Esteri negozia, ma sono i Pasdaran a definire i limiti entro cui la diplomazia può muoversi. E Vahidi, oggi, rappresenta il volto più influente di quell’universo.
La sua biografia aiuta a comprendere la sua visione del mondo. Nato nel 1959, partecipò giovanissimo alla costruzione dei Pasdaran dopo la rivoluzione islamica del 1979. Nel 1982 guidava già il settore intelligence del corpo e contribuì successivamente alla nascita della Forza Quds, l’unità incaricata di esportare l’influenza iraniana attraverso milizie e gruppi armati alleati. Fu il primo comandante di quella struttura che negli anni successivi avrebbe sostenuto Hezbollah in Libano, le milizie sciite in Iraq, Hamas e numerosi altri attori regionali.
La sua figura è circondata da accuse gravissime. L’Argentina sostiene da anni che Vahidi abbia partecipato alla pianificazione dell’attentato contro il centro comunitario ebraico AMIA di Buenos Aires, costato la vita a 85 persone e considerato il più sanguinoso attacco antisemita dalla fine della Seconda guerra mondiale. Teheran ha sempre respinto ogni accusa, ma il mandato internazionale emesso attraverso l’Interpol continua a pendere sul suo nome.
Anche in tempi più recenti il suo curriculum si è arricchito di episodi controversi. Da ministro dell’Interno supervisionò la repressione delle proteste scoppiate dopo la morte di Mahsa Amini nel 2022, una mobilitazione che mise in discussione il sistema politico iraniano e che venne soffocata con arresti, violenze e centinaia di vittime.
Oggi Vahidi esercita la propria influenza anche sul negoziato con gli Stati Uniti. Mentre Donald Trump continua a presentare come imminente un accordo preliminare con Teheran, numerose fonti diplomatiche indicano proprio nei Pasdaran il principale ostacolo a un’intesa duratura. La priorità del nuovo comandante non sembra essere la normalizzazione dei rapporti con Washington, bensì il recupero della deterrenza iraniana dopo un anno in cui Israele ha inflitto colpi durissimi all’asse regionale costruito da Teheran.
Per questo Vahidi insiste sulla difesa di Hezbollah, sulla salvaguardia dell’arsenale missilistico iraniano e sull’accesso ai fondi congelati all’estero senza particolari limitazioni. Nella sua visione, qualsiasi accordo deve partire dal riconoscimento della forza iraniana e non dalla sua riduzione.
La conseguenza è evidente. Ogni trattativa con l’Iran oggi passa attraverso un uomo che considera il confronto strategico con Israele parte integrante dell’identità della Repubblica islamica e che ha costruito la propria carriera all’interno degli apparati più radicali del regime. Se l’accordo con Trump vedrà davvero la luce, sarà necessario misurare il suo peso non sulle dichiarazioni dei diplomatici, ma sulla volontà di Ahmad Vahidi di accettare compromessi reali.
Ed è proprio questo il punto che rende il futuro del negoziato così incerto. A Teheran il volto della diplomazia continua a parlare di dialogo. Quello del potere, sempre più spesso, porta l’uniforme dei Pasdaran.

