Dietro le mura delle prigioni iraniane si sta consumando una repressione che, secondo le testimonianze raccolte dal quotidiano britannico The Guardian, assume contorni sempre più violenti e sistematici. Giornalisti, scrittori, attivisti, manifestanti e semplici cittadini raccontano arresti brutali, torture, privazione di cure mediche, violenze sessuali e persino finte esecuzioni. Le storie emerse nelle ultime settimane descrivono un apparato di sicurezza che sembra aver intensificato la propria azione dopo le proteste di gennaio e dopo l’inizio della guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti alla fine di febbraio.
Il quadro delineato dall’inchiesta è particolarmente grave perché le testimonianze arrivano da persone appartenenti a categorie diverse e provenienti da contesti differenti, ma convergono tutte nella descrizione di metodi repressivi simili. Organizzazioni internazionali per i diritti umani, tra cui Amnesty International, sostengono inoltre di aver documentato numerosi casi di torture e trattamenti degradanti all’interno delle strutture detentive della Repubblica islamica.
Una delle vicende più sconvolgenti è quella dello scrittore iraniano Hamid Asfi, sessantatreenne residente a Teheran. Secondo il suo racconto, agenti armati dei servizi di sicurezza hanno fatto irruzione nella sua abitazione il 5 marzo, sfondando la porta con martelli e asce. Quando è rientrato a casa è stato colpito con il calcio di una pistola, trascinato all’interno dell’appartamento e picchiato ripetutamente. Asfi afferma di aver perso conoscenza durante il pestaggio e di essere stato successivamente trasferito bendato in un centro di detenzione, dove è stato interrogato per presunti collegamenti con Israele e per aver firmato una dichiarazione di condanna della repressione governativa.
Dopo il rilascio gli sarebbe stato comunicato che il suo arresto era frutto di un “errore amministrativo”. Tre settimane più tardi una risonanza magnetica ha però rivelato una grave emorragia cerebrale che ha richiesto un intervento chirurgico urgente. «La morte non era più una possibilità lontana», ha raccontato al Guardian.
Le testimonianze raccolte dal quotidiano britannico parlano anche di condizioni disumane all’interno delle carceri. Mahnaz, nome di fantasia di una giovane manifestante ventitreenne arrestata a Teheran, racconta di essere stata rinchiusa nel carcere femminile di Qarchak, struttura tristemente nota per le sue condizioni estreme. Secondo il suo racconto, più di ottanta donne erano ammassate nello stesso reparto, costrette a dormire sul pavimento e prive di adeguate condizioni igieniche. La giovane sostiene di aver perso otto chilogrammi in due settimane a causa della mancanza di cibo e acqua.
Le accuse diventano ancora più inquietanti nelle denunce relative alle torture. Amnesty International afferma di aver raccolto prove riguardanti impiccagioni simulate, minacce con armi da fuoco, isolamento prolungato, sospensioni per mani e piedi e privazione di assistenza medica. Tecniche che, secondo gli attivisti, vengono utilizzate per spezzare psicologicamente i detenuti senza necessariamente lasciare segni permanenti sul corpo.
Tra i casi più tragici figura quello di Hossam Alaeddin, quarantenne padre di due figlie. Secondo le testimonianze raccolte dal Guardian, sarebbe stato arrestato durante una perquisizione collegata alla ricerca di dispositivi Starlink. I familiari raccontano di aver cercato per settimane di sapere dove fosse detenuto, ricevendo ogni volta informazioni contraddittorie. Quando il corpo è stato restituito alla famiglia, sostengono i parenti, presentava ferite gravissime. Una fonte vicina alla famiglia ha dichiarato al giornale britannico che «non era rimasto un solo osso intatto».
Particolarmente significativa è anche la vicenda della giornalista Vida Rabbani, figura nota nell’ambiente riformista iraniano. Arrestata dopo aver firmato una dichiarazione contro la repressione delle proteste, Rabbani sostiene di essere stata picchiata e umiliata durante la detenzione. Secondo il suo racconto, alcuni agenti le avrebbero strappato ciocche di capelli per costringerla a indossare l’hijab. Quei capelli sono poi diventati un piccolo braccialetto che la giornalista conserva come simbolo della violenza subita. Ha inoltre denunciato aggressioni sessuali e tentativi di strangolamento durante gli interrogatori.
Le autorità iraniane respingono regolarmente accuse di questo tipo, sostenendo che le organizzazioni internazionali e i media occidentali diffondano informazioni distorte sulla situazione del Paese. Tuttavia il numero crescente di testimonianze, unito alle denunce provenienti da organizzazioni indipendenti, rende sempre più difficile ignorare ciò che emerge dall’interno del sistema carcerario iraniano.
L’allentamento parziale delle restrizioni su internet nelle ultime settimane ha consentito a molte di queste storie di raggiungere l’esterno. È proprio questo flusso di testimonianze a offrire oggi uno sguardo su una realtà che il regime preferirebbe mantenere invisibile. Dietro le statistiche, le dichiarazioni ufficiali e gli annunci governativi compaiono così i volti di uomini e donne che raccontano una repressione fatta di paura, dolore e silenzio forzato. Un racconto che riporta al centro dell’attenzione internazionale la questione dei diritti umani in Iran e il prezzo che molti cittadini continuano a pagare per aver espresso dissenso o semplicemente per essere stati sospettati di farlo.

