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Iran, il cambio di regime non arriva e i cittadini perdono la speranza

Dopo mesi di guerra, crisi economica e un fragile cessate il fuoco, molti iraniani raccontano paura, rabbia e disillusione. Anche tra gli oppositori del regime cresce la sensazione che il Paese sia stato distrutto senza aprire una vera alternativa politica

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 6 min
Iran, il cambio di regime non arriva e i cittadini perdono la speranza

La guerra aveva acceso, in una parte dell’opposizione iraniana, l’illusione che il regime potesse finalmente crollare. Oggi, dopo mesi di bombardamenti, infrastrutture distrutte, prezzi fuori controllo e un cessate il fuoco che non riesce a cancellare la paura, quella speranza si è trasformata in una disillusione amara. Molti iraniani raccontano al New York Times un Paese stremato, sospeso tra la rabbia contro la Repubblica islamica e la sfiducia verso chi aveva lasciato intravedere un cambiamento politico dall’esterno.

Quando Israele e Stati Uniti hanno colpito l’Iran alla fine di febbraio, alcuni oppositori del regime islamico hanno pensato che l’operazione potesse aprire la strada alla fine di decenni di dominio clericale. L’ondata di attacchi, la distruzione estesa e l’aggravarsi della crisi economica hanno però prodotto un effetto diverso. La popolazione si ritrova più povera, più impaurita e più incerta, mentre l’apparato di potere di Teheran appare ancora in piedi.

Secondo le testimonianze raccolte dal quotidiano americano tra Teheran, Isfahan, Ahvaz e Mashhad, il sentimento dominante è una miscela di ansia, confusione e sfiducia verso tutti gli attori coinvolti. Il bilancio della guerra, riportato dalla stampa internazionale, parla di circa 1.700 civili uccisi e di danni gravi a infrastrutture, fabbriche, aeroporti, porti, ponti, università e quartieri residenziali. La ripresa dei lanci missilistici iraniani contro Israele ha reso ancora più precario il clima seguito al cessate il fuoco.

La crisi economica aggrava ogni cosa. La paralisi di settori industriali essenziali, il danno al commercio attraverso lo Stretto di Hormuz e il pesante blocco navale imposto dagli Stati Uniti hanno provocato un forte aumento dei prezzi e un peggioramento rapido delle condizioni di vita. In molte città la preoccupazione politica ha lasciato il posto alla sopravvivenza quotidiana.

“Sono arrabbiata. Mi sento sola”, ha raccontato Kimia, designer venticinquenne di Teheran. “A nessuno nel mondo importa davvero di noi. Ci vedono come strumenti di guerra e di negoziato, ma siamo esseri umani”.

La delusione si è fatta più profonda dopo la diffusione di indiscrezioni secondo cui Israele e Stati Uniti avrebbero valutato, nelle prime fasi del conflitto, l’ipotesi di affidare un ruolo politico all’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad. L’idea ha indignato molti iraniani ostili alla Repubblica islamica, perché Ahmadinejad resta per loro il simbolo di una stagione autoritaria, populista e repressiva.

“A che cosa è servito tutto questo?”, si è chiesto Amir-Ali, ingegnere sessantaduenne di Teheran. “Hanno bombardato e distrutto il nostro Paese, gli aeroporti, le strade e le fabbriche in nome del cambio di regime, per portare Ahmadinejad? Questo dimostra che l’obiettivo non era rendere l’Iran migliore o più libero”.

Nel racconto degli intervistati emerge una società che ha quasi smesso di ragionare in termini politici. Un professore in pensione di Teheran sostiene che la popolazione abbia perso fiducia nella possibilità di un vero cambiamento. Un direttore di fabbrica nella regione di Mashhad racconta di avere sospeso la produzione di bottiglie di plastica e mandato i dipendenti in congedo forzato per mancanza di materie prime, dopo i danni subiti dall’industria petrolchimica.

Anche la sanità mostra segnali di cedimento. Un medico di Isfahan ha riferito che le farmacie stanno limitando la distribuzione dei medicinali e che ai medici viene chiesto di prescrivere soltanto farmaci essenziali. Amin Afshar, presidente dell’Iranian Hemophilia Society, ha dichiarato ai media iraniani che le scorte di medicinali indispensabili per i pazienti emofilici sono quasi esaurite e che l’importazione è diventata estremamente complessa.

Sui social media compaiono sempre più storie personali di lutto. Una delle più condivise è quella di Hamed Mirzaei, che ha raccontato di avere perso dodici familiari in un attacco israeliano nella zona di piazza Resalat, a Teheran, nel mese di marzo. “Per ogni giorno che vivrò, non permetterò che i vostri nomi vengano dimenticati”, ha scritto. “Racconterò di ciascuno di voi. Non vi lascerò morire invano”.
Persino molti oppositori del regime chiedono ora che la guerra si fermi e che si torni al negoziato. Lida, ambientalista quarantaquattrenne di Teheran, contraria alla Repubblica islamica, dice di essere favorevole a colloqui nelle circostanze attuali. “Abbiamo perso molte vite, infrastrutture e risorse umane. Francamente, non credo che la guerra sia nel nostro interesse”.

Gli analisti osservano che l’entità della distruzione ha cambiato il modo in cui molti iraniani valutano il conflitto. Ellie Geranmayeh, senior policy fellow e deputy head del programma Middle East and North Africa dell’European Council on Foreign Relations, ha spiegato che per gli iraniani questo è un momento di riesame della realtà, in cui si valuta che cosa abbia funzionato e che cosa no. La resistenza del regime, nonostante le speranze di rovesciarlo, rappresenta per gli oppositori un passaggio molto amaro.

Il malcontento economico cresce anche tra i sostenitori del governo. Mehdi, impiegato statale cinquantaduenne, racconta che il suo stipendio finisce già a metà mese e che carne e pollo sono ormai fuori dalla portata della sua famiglia. “Ho comprato a credito nel negozio di quartiere”, ha detto. “Quando sono tornato per pagare, il conto era già raddoppiato perché i prezzi erano aumentati”.

Un altro uomo, Hamed, descritto come un sostenitore conservatore del governo, ammette che l’inflazione colpisce tutti allo stesso modo. “Gli aumenti dei prezzi non distinguono tra sostenitori del governo e oppositori. Riguardano tutti noi”.
I dati del Centro statistico dell’Iran mostrano la profondità della crisi. In un anno l’olio da cucina è aumentato del 430 per cento, le uova del 345 per cento, il riso del 287 per cento e il latte del 139 per cento. Numeri che spiegano meglio di molti discorsi perché la frustrazione stia entrando anche nelle famiglie più vicine al sistema.

Sanam Vakil, direttrice del Middle East and North Africa Programme di Chatham House, ha riassunto il sentimento dominante con parole nette. Nessuno, dice, sembra pensare davvero agli iraniani o tenere conto delle loro opinioni. Sono diventati vittime secondarie di un conflitto che sfugge alla loro capacità di influenza e controllo.

Per milioni di cittadini iraniani, la domanda sul cambio di regime si è così trasformata in qualcosa di molto più elementare. Arrivare alla fine del mese, trovare medicine, proteggere la famiglia, restare vivi. La politica resta sullo sfondo, mentre il presente divora tutto.