Secondo i calcoli della CNN, il presidente degli Stati Uniti ha annunciato per la quarantesima volta che la pace, o almeno una lunga tregua con il conseguente avvio di negoziati strutturati con l’Iran, sarebbe imminente. Forse, secondo le veline semiufficiali americane, si firmerà un documento già domenica 14 giugno a Ginevra. Dopodiché inizierebbero negoziati destinati a durare altri sessanta giorni, limitati esclusivamente alla questione nucleare.
In base alle affermazioni di Trump, rese come al solito improvvisando davanti ai microfoni, il successo storico della sua iniziativa militare sarebbe la rinuncia dell’Iran all’arma nucleare. Dall’incongrua e incoerente retorica di Trump traspare in filigrana la concreta possibilità che il mondo stia assistendo a un esercizio di trapezismo politico trumpiano, strumentale alle esigenze personali del presidente americano.
Quello che lo spaventa, e non ne fa mistero, è la convinzione che a novembre le elezioni di metà mandato del Congresso possano risolversi in una sconfitta del Partito repubblicano che, in quel caso, potrebbe rivoltarglisi contro. Dopodiché tutto può accadere nella politica interna americana e nessuno può oggi escludere che il secondo mandato di Trump possa chiudersi molto prima della naturale scadenza.
Se si firma l’intesa domenica, nel migliore dei casi questa guerra potrebbe concludersi con un impegno politico degli ayatollah a non produrre armi nucleari e a mantenere l’arricchimento dell’uranio a livelli inferiori a quelli necessari per realizzare un’ogiva nucleare. Il fatto è che da decenni i massimi vertici iraniani hanno già assunto unilateralmente l’impegno a non dotarsi dell’arma nucleare. Con una fatwa, il massimo decreto religioso, Ali Khamenei ha dichiarato “haram”, ossia vietato, produrre, immagazzinare e utilizzare ordigni nucleari. È noto, tuttavia, che l’Iran delle Guardie Rivoluzionarie abbia osservato la fatwa soltanto fino a un certo punto, o almeno abbia tentato di non farlo. L’AIEA ha scoperto e documentato che quella fatwa non era stata applicata fedelmente e che erano in corso attività legate allo sviluppo di capacità nucleari militari.
Dopo anni di dure sanzioni, nel 2015 Obama era riuscito a imporre all’Iran procedure di ispezione dell’AIEA che rendevano molto più difficile nascondere attività di arricchimento dell’uranio verso livelli “weapon grade” (idoneo alla costruzione di armi). Ma solo per circa quindici anni. Ciò significava rinviare il problema, non eliminarlo, a meno di avviare una guerra che Obama non voleva e che neppure gli americani desideravano.
Con una decisione improvvisa e controversa, appena tre anni dopo la firma di quell’accordo, nel 2018, il Trump della prima presidenza decise unilateralmente di annullare il Joint Comprehensive Plan of Action firmato dall’odiato Obama. Il risultato fu che gli iraniani ripresero rapidamente ad arricchire uranio al 60%, a un passo dal livello “weapon grade” del 90%.
Non occorre aggiungere che il presidente Trump offrì in quell’occasione un esempio non tanto della sua già nota imprevedibilità, quanto della sua difficoltà a fondare le proprie decisioni su una coerente strategia diplomatica e militare. Con la guerra dei dodici giorni del giugno 2025, Israele ha poi colpito pesantemente le strutture nucleari iraniane e le bombe ad alta penetrazione sganciate sui siti iraniani dai bombardieri B-2 americani hanno completato l’opera. Tanto che fu lo stesso Trump ad affermare ripetutamente che le capacità nucleari iraniane erano state “obliterate”. La realtà era più complessa. E tuttavia quella brevissima guerra aveva rinviato di parecchi anni la possibilità di svegliarsi una mattina con la notizia che l’Iran aveva sperimentato un ordigno nucleare.
Questa lunga cronistoria permette di affermare che le pretese di Trump di aver ottenuto un impegno iraniano alla rinuncia dell’arma nucleare sono un puro esercizio retorico, caratterizzato dalla memoria corta tipica del personaggio.
Giovedì 11 giugno il primo ministro israeliano ha avuto un colloquio telefonico con Trump e, immediatamente dopo, ha diffuso un comunicato ufficiale che suona come un monito. Nel comunicato si afferma infatti che Trump avrebbe ribadito che, nell’imminente accordo, gli Stati Uniti avrebbero garantito che l’Iran si impegnasse a limitare la produzione di missili, soprattutto quelli balistici, e interrompesse il sostegno finanziario, militare e addestrativo fornito da Teheran ai propri proxy, ossia Hezbollah, Hamas e Houthi, attraverso i quali da decenni conduce una guerra senza quartiere contro lo Stato di Israele.
Il fatto è che Trump da settimane non manifesta più alcuna intenzione riguardo a questi aspetti. Non ne parla più. Eppure essi sono assolutamente vitali non soltanto per Israele, ma anche per le monarchie del Golfo.
Perché tace? Trump ha già ottenuto concreti impegni iraniani in questa materia? Oppure ha rinunciato perché vuole chiudere in un modo o nell’altro questa guerra ed esibire la rinuncia iraniana al nucleare, sapendo che al momento tale rinuncia non comporta alcun costo reale per Teheran? E in futuro si vedrà, magari con un altro presidente alla Casa Bianca?
L’opinione di chi scrive è che l’interpretazione corretta, o quanto meno la più plausibile, sia la seconda. Dopodiché, nell’accordo probabilmente vi sarà anche un impegno iraniano a riaprire Hormuz, accompagnato però dalla riaffermazione, più o meno esplicita, del diritto di Teheran a esercitare forme di controllo sul traffico nello Stretto. E ciò significa riservarsi la facoltà di decretare nuovamente il divieto di passaggio alle navi provenienti da Paesi considerati ostili.
È evidente che Hormuz difficilmente tornerà a essere universalmente considerato una via marittima di libero transito. Ed è possibile che Trump, dopo aver creato il problema, chieda agli europei e ai cinesi di occuparsene, avendo già dichiarato più volte che «l’Europa e la Cina dipendono dalle forniture di petrolio e gas che passano da Hormuz. Gli Stati Uniti sono autosufficienti».Inevitabilmente, gli Stati Uniti dovranno scongelare alcune decine di miliardi di dollari di liquidità iraniana sequestrata presso istituzioni finanziarie americane ed europee. E questo darà nuova linfa vitale al regime e agli apparati di sicurezza iraniani.
Se lo scenario descritto dovesse realizzarsi almeno in parte, si può legittimamente sostenere che l’Iran uscirebbe vincitore da questa guerra, avendo dimostrato non soltanto di saper controllare la propria opinione pubblica attraverso una repressione efficiente e violenta, ma anche di saper tenere testa alle forze armate più potenti del mondo. L’Europa e le monarchie sunnite dovranno fare i conti con questa realtà e difficilmente potranno esimersi dal riconoscere l’Iran come potenza regionale egemone nel Golfo Persico. Che Trump lo voglia oppure no. In ogni caso la sfida degli ayatollah all’America e a Israele continuerà ben oltre il mandato dell’attuale presidente americano.

