Quando i giornalisti stranieri rischiano di diventare, inconsapevolmente, uno strumento della propaganda della Repubblica islamica? È la domanda al centro dell’analisi di Potkin Azarmehr, analista specializzato in business intelligence, nato in Iran e residente a Londra, pubblicata dal Middle East Forum. Secondo Azarmehr, il problema non riguarda soltanto ciò che i giornalisti raccontano, ma soprattutto il contesto nel quale sono autorizzati a lavorare: un sistema che seleziona attentamente gli accessi e permette ai media internazionali di entrare nel Paese soprattutto quando la loro presenza può essere utilizzata per rafforzare la versione ufficiale del regime.
Elezioni, manifestazioni organizzate dal governo, cerimonie istituzionali ed eventi pubblici diventano così le principali occasioni in cui i giornalisti stranieri possono documentare l’Iran. L’obiettivo del regime, spiega Azarmehr, è proiettare all’esterno l’immagine di un sistema politico stabile, legittimo e sostenuto dalla popolazione.
Il rischio, secondo l’analista, è che molti reportage si fermino alla superficie: la folla, le immagini ufficiali, le dichiarazioni delle autorità. Descrivere ciò che si vede non è sufficiente per comprendere la realtà iraniana, perché ogni elemento di queste manifestazioni può avere un significato politico e religioso più profondo. Senza una lettura del contesto, il giornalista rischia di diventare un semplice veicolo della comunicazione costruita dal regime.
Un esempio significativo, secondo Azarmehr, è rappresentato dalla cerimonia di commiato e dai funerali della Guida Suprema Ali Khamenei. Gran parte dei media occidentali si è concentrata sulle dimensioni della folla e sulle manifestazioni di dolore pubblico, ma avrebbe trascurato gli elementi simbolici presenti nell’evento, fondamentali per comprendere il messaggio politico-religioso della Repubblica islamica.
Uno dei messaggi più importanti era visibile durante tutta la cerimonia: un versetto del Corano, scritto in grandi caratteri arabi dietro la bara di Ali Khamenei. Le parole provenivano dal versetto 46 della Sura Saba (34:46): «Vi consiglio una sola cosa: che vi alziate per Dio, a coppie e uno alla volta».
Il versetto completo recita: «E poi riflettete. Non c’è follia nel vostro compagno. Egli è solo un monito per voi prima di un castigo severo».
Nella tradizione islamica classica, spiega Azarmehr, questo passo viene generalmente interpretato come un invito alla riflessione sincera, individuale o insieme a una persona fidata, lontano dalle pressioni della massa e dall’influenza sociale. Non viene considerato un’indicazione diretta alla creazione di gruppi politici o militanti.
La lettura cambia però all’interno dell’interpretazione politica dell’Islam elaborata dal fondatore della Repubblica islamica, Ruhollah Khomeini. Azarmehr ricorda come Khomeini abbia richiamato più volte il versetto 34:46 nei suoi scritti e discorsi, soprattutto durante il periodo rivoluzionario del 1978, attribuendo al concetto di Qiyam — il “sollevarsi”, l'”alzarsi” — il significato di una chiamata alla rivolta collettiva. Questa reinterpretazione politica è poi entrata nel linguaggio ideologico della Repubblica islamica e ha influenzato anche alcuni movimenti islamisti.
Per chi conosce questi codici simbolici, sostiene Azarmehr, il messaggio presente durante la cerimonia andava ben oltre un semplice riferimento religioso. I media vicini al regime iraniano, infatti, non avrebbero lasciato spazio a interpretazioni ambigue, presentando quel versetto come un appello alla mobilitazione rivolto alle cellule iraniane presenti nel mondo e legato al tema della vendetta.
Un altro elemento della cerimonia che, secondo l’analista, ha ricevuto poca attenzione dai media occidentali riguarda la scelta dei versetti coranici associati alle diverse delegazioni che hanno reso omaggio alla bara di Khamenei. Quando i nipoti di Khomeini si sono trovati davanti alla bara, è stato recitato un passo del Corano che esalta coloro che combattono per la causa di Allah rispetto a coloro che rimangono inattivi.
Anche in questo caso, secondo Azarmehr, la scelta non sarebbe stata casuale: il messaggio era rivolto ai discendenti del fondatore della Repubblica islamica, accusati simbolicamente di essersi allontanati dallo spirito rivoluzionario originario e di rappresentare ormai una classe privilegiata distante dalla lotta ideologica delle origini.
La conclusione dell’analisi di Azarmehr è un monito rivolto soprattutto ai giornalisti che raccontano l’Iran: comprendere il Paese richiede più della semplice osservazione degli eventi pubblici. Significa conoscere la storia, il linguaggio religioso e i simboli attraverso cui il regime comunica. Senza questa chiave di lettura, i media stranieri rischiano di passare dall’essere osservatori della propaganda iraniana a diventarne, anche involontariamente, amplificatori.