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Lilli Gruber, l’Iran e la geopolitica del pantoprazolo

Sul Corriere la conduttrice racconta la “resilienza” iraniana e l’indipendenza da Washington. Peccato che dietro l’Iran ci sia la Repubblica Islamica degli ayatollah

Anna Borioni

Tempo di Lettura: 4 min
Lilli Gruber, l’Iran e la geopolitica del pantoprazolo
Iimmagine generata con AI

Dopo aver letto l’intervista di Aldo Cazzullo a Lilli Gruber sul Corriere di domenica 13 settembre ho avuto un forte rigurgito gastrico, tanto che ho pensato che mi ci sarebbe voluta almeno una settimana per digerirla. Trascorsi sette giorni ho ripreso il testo, ma mi sono resa conto che non è questione di tempo, perché l’intervista è indigeribile.

Gruber normalizza la Repubblica Islamica, a cui si riferisce sempre come Iran, lasciando sullo sfondo il regime teocratico, oscurantista e terrorista che la governa. E lasciando sullo sfondo anche la repressione sanguinaria degli ayatollah contro il proprio popolo. Così ho ingurgitato due pasticche di pantoprazolo per difendere il mio povero stomaco e ho ripreso la lettura.
C’è da premettere che Aldo Cazzullo si approccia a Lilli Gruber, giornalista, già inviata di guerra e conduttrice televisiva, come a un’esperta di geopolitica mediorientale, per cui le domanda: «Lei ha scritto un libro sugli sciiti e sull’Iran. Il regime iraniano è più solido di quel che pensavamo? Teheran sta vincendo la guerra?».

Ecco, innanzitutto vediamo a quali libri di Gruber si riferisce Cazzullo. L’uno, L’altro Islam. Un viaggio nella terra degli sciiti, risale al 2005; l’altro è del 2006: Chador. Nel cuore divisivo dell’Iran. Si tratta di racconti di viaggio che risalgono a oltre vent’anni fa e che certo, da soli, non fanno della signora Gruber un’esperta di geopolitica mediorientale. Quindi Cazzullo forza parecchio la mano oppure, siccome lui si prende molto sul serio, prende sul serio anche Gruber. E lei non si sottrae a questo ruolo di esperta, non lo delude e pontifica le sue verità.

Lilli Gruber inizia a rispondere affermando: «L’Iran è un attore regionale fondamentale». Come darle torto? Solo che la frase è monca di un concetto: la Repubblica Islamica, ops l’Iran, è un attore regionale fondamentale anche nel promuovere, finanziare e armare organizzazioni terroristiche islamiste. E magari si potrebbe aggiungere che le attività del regime iraniano rappresentano una minaccia che va ben oltre i confini regionali.

E poi continua: «Un Paese resiliente che si è forgiato con una sanguinosa guerra di otto anni contro l’Iraq appoggiata dall’Occidente». E no, signora Gruber: la resilienza di cui parla è anche quella del regime degli ayatollah che nella guerra contro l’Iraq si è consolidato utilizzando l’organizzazione nota come Basij, branca dei Pasdaran, esaltando il culto del martirio e ricorrendo anche alle famigerate “ondate umane”, nelle quali furono impiegati giovani e giovanissimi iraniani mandati al fronte.

Quella cultura del martirio diventerà negli anni successivi uno degli elementi ideologici utilizzati anche da organizzazioni terroristiche legate all’Iran, mentre i Basij diverranno uno dei principali strumenti di controllo sociale della Repubblica Islamica, visti recentemente all’opera anche nella repressione delle proteste del movimento “Donna, Vita, Libertà”.

Una nota di storia contro quella che a me pare un’evidente faziosità: l’Iraq non fu appoggiato dall’entità indistinta “Occidente”. Durante la guerra ricevette sostegno, in forme e momenti diversi, dall’Unione Sovietica, da diversi Paesi arabi e da alcuni Paesi occidentali.
Con l’ultima frase si capisce perché Lilli Gruber esalti tanto la resilienza della Repubblica Islamica, ops dell’Iran: «Per Trump e Netanyahu non è tanto importante vincere la guerra ma demolire l’ultimo Stato nazionale indipendente dall’egemonia americana nell’area mediorientale».
Ecco, più che un’esperta di geopolitica mediorientale, in questo passaggio la signora Gruber sembra parlare soprattutto attraverso una chiave di lettura antiamericana, che la porta a presentare l’eventuale caduta del regime iraniano principalmente come la demolizione di uno Stato indipendente dall’egemonia degli Stati Uniti.

A questo punto mi permetto un suggerimento. Perché, signora Gruber, non invita nella sua trasmissione una delle tante dissidenti iraniane che hanno conosciuto il carcere e la repressione per avere sfidato le imposizioni della Repubblica Islamica, compreso l’obbligo del velo? Potrebbe esporle, dietro la sua bella scrivania del set televisivo, la sua visione geopolitica sulla resilienza, resistenza e indipendenza della Repubblica Islamica, ops dell’Iran. Magari la convince.

Nota finale: c’è da dire, però, che Lilli Gruber indossa con grande eleganza il chador, come si vede nelle foto delle copertine dei suoi libri. Tutta un’altra storia rispetto a quell’altra inviata che invece il chador se lo tolse di fronte all’ayatollah Ruhollah Khomeini, la guida suprema dell’appena nata Repubblica Islamica, ops dell’Iran. In questo caso, però, il giochetto di parole non funziona, perché il Paese, l’Iran, è uno dei più antichi del mondo, mentre la Repubblica Islamica è nata solo nel 1979 e speriamo che muoia presto.



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