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Libano come Gaza, l’informazione al servizio della propaganda

Quando le fonti di Hezbollah diventano dati incontestabili, le contraddizioni spariscono dalle cronache e il doppio standard giornalistico riappare identico a quello visto durante la guerra di Gaza

Anna Borioni

Tempo di Lettura: 7 min
Libano come Gaza, l’informazione al servizio della propaganda

I numeri delle vittime

Nelle cronache sulla guerra in Libano, quando vengono citati i numeri delle vittime libanesi viene indicata come fonte il ministero della Salute di Beirut. Nessun giornalista specifica che il ministro della Salute, Rakan Nassereddine, è un alto esponente di Hezbollah e che, quindi, la fonte non è al di sopra delle parti, non è neutrale, ma è l’espressione di una parte belligerante. Così come nessun giornalista sottolinea che i bollettini diramati da Nassereddine non distinguono fra civili e miliziani, ma parlano solo di persone. Vista la provenienza, dovrebbe almeno sorgere il dubbio che i dati delle vittime possano non essere frutto di una visione imparziale, ma costituire uno strumento di propaganda. Ma tant’è: questi dati vengono ripresi tal quali dalle agenzie e dalle testate giornalistiche internazionali che, così facendo, accreditano come autorevole e obiettiva una fonte che invece è parte in causa. Ci risiamo: è lo stesso schema che è servito a disinformare sulla guerra di Gaza. È uno schema che non informa, ma fa da cassa di risonanza alla propaganda di gruppi terroristici il cui obiettivo dichiarato è la fine dello Stato ebraico.

Francesca Mannocchi, sulla Stampa del 1° giugno, scrive: «Dal 17 aprile, giorno in cui il cessate il fuoco è entrato formalmente in vigore, almeno 3.355 persone sono state uccise e 10.095 ferite sul territorio libanese. Sono i dati del ministero della Salute di Beirut». Il giorno dopo, 2 giugno, su Avvenire Camille Eid ci informa che il bilancio delle vittime, aggiornato ogni ventiquattr’ore dal ministero della Sanità libanese – che efficienza questi funzionari di Hezbollah, se si pensa che gli israeliani ci hanno messo mesi a giungere al numero definitivo delle vittime del pogrom del 7 ottobre 2023! – ha raggiunto in tre mesi «quota 3.433 morti e 10.395 feriti, di cui 1.118 morti solo dal 17 aprile». Quindi in una notte sarebbero morte 78 persone. Guarda caso è la media giornaliera delle morti avvenute nei 46 giorni che vanno dal 17 aprile al 1° giugno, che secondo Mannocchi ammontano a 3.355. Che però, per Eid, nello stesso periodo sarebbero invece 1.118. Ahi ahi, che confusione! Ad aumentarla ci si mette anche Fabio Tonacci che il 4 giugno, su Repubblica, scrive: «Più di 900 morti libanesi, bombardamenti nel Sud e nella valle della Bekaa».

Fonte? Non pervenuta.

E poi siamo proprio sicuri che queste siano tutte vittime del fuoco israeliano, come sostiene Pasquale Porciello sul Manifesto? Dopo tutto in Libano a sparare sono due fronti. E se proprio volessimo fare il conto totale allora ci sarebbero gli oltre mille razzi e i 400 droni esplosivi lanciati da Hezbollah contro i civili israeliani dal 16 aprile 2026. E se ci allunghiamo un po’, ci sarebbero anche gli oltre 19 mila razzi arrivati dal Libano dal 7 ottobre 2023. Ma chi lo ricorda? Ne scrive solo Francesca Musacchio il 2 giugno sul Tempo. In sette giorni di cronache che descrivono in dettaglio le tribolazioni dei libanesi dovute alla guerra, si trova un solo articolo, a firma Marta Serafini sul Corriere del 4 giugno, che racconta quelle degli abitanti del nord d’Israele sotto costante minaccia dei droni a fibra ottica di Hezbollah, che le difese israeliane hanno difficoltà a intercettare.

La tregua

Il 2 giugno la Stampa titola a grandi lettere: «Netanyahu frena la pace». Poi nel sottotitolo si autosmentisce: «Tel Aviv e Hezbollah accettano lo stop agli attacchi». Ma come? Netanyahu accetta lo stop e frena la pace allo stesso tempo? Il 5 giugno la Stampa viene smentita anche da Hezbollah che dichiara un netto no alla tregua. Allora chi frena la pace?
Hezbollah ha rifiutato la tregua, ma il quotidiano Domani, irriducibile, scrive il 5 giugno: «Il premier israeliano usa il no dei miliziani per affossare definitivamente l’accordo». Cioè, come sarebbe a dire? La colpa non sarebbe di chi si oppone alla tregua, Hezbollah, ma di Israele che l’ha accettata? E poi se Hezbollah non vuole la tregua allora vuol dire che vuole continuare la guerra, o no? Ma i giornalisti non si vergognano mai?

Ucciso un casco blu

Il 4 giugno un soldato serbo dell’Unifil viene ucciso e altri due commilitoni feriti da colpi di mortaio sparati dalle postazioni di Hezbollah. Ci si aspetterebbe titoli strillati, tipo: «Hezbollah spara su una base Unifil e uccide un soldato e ne ferisce due», seguiti da articoli che raccontano l’accaduto con dovizia di particolari, magari corredati da interviste a qualche responsabile dei caschi blu, dichiarazioni di ferma condanna di politici, notizie sulla tragedia che subisce la famiglia della vittima. Ma niente di tutto ciò si trova sulla stampa nazionale.

Su Corriere, Repubblica e Stampa del 5 giugno la notizia è «Ucciso un casco blu» e non merita nemmeno un titolo autonomo, ma la si trova dispersa nei sottotitoli dei pezzi che riportano il no di Hezbollah all’accordo sulla tregua. Ma chi l’ha ucciso? Per saperlo bisogna andare a cercarlo all’interno degli articoli, dove l’accaduto viene liquidato in poche righe.

Marta Serafini, che pure ci aveva dato un barlume di speranza, sul Corriere del 5 giugno mette la morte del soldato accanto alle vittime degli attacchi aerei nella valle della Bekaa: «Ieri è morto anche il sergente serbo Milovan Jovanovic, uno dei 170 caschi blu serbi, dopo che un colpo di mortaio ha colpito la sua postazione vicino a Marjayoun. L’esercito israeliano ha accusato Hezbollah di aver sparato colpi di mortaio caduti all’interno della postazione delle Nazioni Unite durante la notte». Stop.

Poche righe anche quelle dedicate da Paolo Brera su Repubblica, che ci tiene a precisare che è stato un “colpo indiretto, come si chiamano tecnicamente quelli di mortaio o artiglieria, proveniente dal nord del Litani, avverte Unifil. È la zona controllata da Hezbollah. Unifil parla di indagini in corso sulle responsabilità, ma quelle parole sostanziano le accuse dell’IDF ai miliziani secondo cui è stato un loro colpo di mortaio”. Stop.

Fabiana Magrì sulla Stampa riesce a essere ancora più striminzita, senza citare neppure Hezbollah: «…un peacekeeper della missione delle Nazioni Unite in Libano (Unifil), morto a causa di ferite causate da colpi di mortaio che hanno colpito la sua postazione vicino a Marjayoun nel Libano sud-orientale. Milovan Jovanovic, di nazionalità serba, avrebbe compiuto 37 anni domani». Stop.

L’Avvenire riesce a fare un vero capolavoro di ipocrisia e ambiguità già nel sottotitolo: «La vittima è un soldato serbo, feriti anche due spagnoli. Solito scambio di accuse fra i due fronti». E poi nel pezzo, a firma Lucia Capuzzi: «…Milovan Jovanovic raggiunto da un colpo di mortaio». Tirato da chi? Più avanti scopriamo che «Israele accusa Hezbollah» e che l’Onu «ha aperto un’indagine sull’aggressione». In ogni caso, «gli attacchi alle truppe Onu devono cessare immediatamente», ha dichiarato il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres. Ah ecco, ci mancava.

Potremmo andare avanti con altre testate, ma tanto la linea è la stessa, quindi ci fermiamo qui. Viene tuttavia spontanea una domanda: se il colpo l’avesse sparato Israele?

La risposta la conosciamo bene. L’11 ottobre 2024 Israele colpisce la torretta di una base italiana dell’Unifil: nessun italiano colpito, due caschi blu indonesiani feriti. Titoli cubitali. Corriere della Sera: «Attacco a Unifil, l’ira dell’Italia». Repubblica: «Israele spara sugli italiani». La Stampa: «Israele attacca le forze Unifil, colpito avamposto italiano». Avvenire: «Israele spara sull’Onu».

Ciascun quotidiano dedica più articoli all’accaduto. Interviste ai ministri Tajani e Crosetto, dichiarazioni che evocano persino possibili crimini di guerra, colloqui con il portavoce della missione Onu, interventi dei vertici del contingente Unifil, analisi sul perché Israele avrebbe sparato contro la missione internazionale.

Abbiamo capito. Israele spara, attacca, compie crimini di guerra. A Hezbollah invece cadono per caso colpi di mortaio che, sempre per caso, uccidono un soldato. D’altro canto c’è la guerra, no? È scontato che le persone possano morire, tanto più i soldati. Per questa, forse, settimana basta così.



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