La Stampa, 16 giugno 2026
Ma che razza d’intervista è quella che Giulia Della Michelina ha fatto alla portavoce dell’Unifil Kandice Ardiel, pubblicata sulla Stampa il 16 giugno? Tra le domande superficiali della giornalista e le insignificanti risposte dell’intervistata non sembra che si parli di un paese, il Libano, tenuto sotto scacco da un’organizzazione terroristica finanziata e armata dall’Iran, che rappresenta una minaccia diretta contro Israele e una fonte di instabilità per l’intera regione.
No, dall’intervista emerge che l’unico problema per i caschi blu in Libano sia costituito dalla presenza di soldati israeliani che, a dire della portavoce Unifil, «ha avuto un impatto su di noi, poiché in alcuni casi le nostre pattuglie e i nostri spostamenti logistici sono stati bloccati. Questo complica notevolmente le cose e, per noi, qualsiasi presenza a nord della Linea Blu costituisce una violazione della risoluzione 1701. È una situazione che segnaliamo regolarmente e che non dovrebbe verificarsi».
Ecco, ci chiediamo: ma la presenza di Hezbollah non complica neanche un po’ la vita dei caschi blu? La giornalista si guarda bene dal domandarlo e, a sua volta, la portavoce si guarda bene dal pronunciare il nome Hezbollah, che nel corso dell’intervista non nomina mai. Lo cita solo la giornalista quando chiede se il ruolo di Unifil sia cambiato dopo la decisione del governo libanese di disarmare Hezbollah, ottenendo dalla portavoce una risposta disinvolta e distaccata: «Il governo libanese ha sempre avuto la responsabilità di creare una zona libera da armi tra il fiume Litani e la Linea Blu. Quindi il nostro ruolo non è cambiato: continuiamo a sostenere il governo libanese nell’attuazione degli obblighi previsti dalla risoluzione 1701».
Ora, la risoluzione 1701 è del 2006 e Della Michelina non chiede conto del fatto che in questi vent’anni l’area di responsabilità dei caschi blu, dalla Linea Blu fino al fiume Litani, per l’appunto, sia diventata una delle principali roccaforti di Hezbollah, con un’enorme rete di tunnel sotterranei, depositi di armi e postazioni da cui partono razzi e droni contro Israele.
No, la giornalista passa oltre perché è molto più importante chiedere: «Com’è percepita la vostra presenza dagli abitanti del Sud?». È una domanda che permette a Kandice Ardiel di raccontare quanto i caschi blu siano stati capaci di lavorare a supporto delle comunità locali, dolendosi del fatto che «molti di questi progetti infrastrutturali sono stati danneggiati o distrutti».
Un peccato, davvero. Ma se nel Sud del Libano la presenza armata di Hezbollah non fosse lievitata a dismisura sotto gli occhi di Unifil, se questo non avesse trasformato gli schieramenti dell’Onu in una sorta di schermo dietro il quale i terroristi hanno potuto rafforzarsi e preparare i propri attacchi contro Israele, forse quei progetti infrastrutturali, finanziati dalla comunità internazionale, avrebbero potuto godere di un destino migliore.
La realtà è che anni di convivenza forzata di Unifil con la presenza di Hezbollah, cresciuta senza alcuna opposizione effettiva, rappresentano il vero e palese fallimento della missione Onu. Un fallimento che emerge con forza proprio da questa intervista, nella quale si discute di tutto tranne che della questione decisiva: come sia stato possibile che, nell’area affidata al controllo dei caschi blu, Hezbollah abbia costruito nel corso di due decenni uno dei più vasti arsenali militari del Medio Oriente.
Ma questo, a quanto pare, non conta. Non conta per la giornalista, non conta per l’intervistata e non conta nemmeno per l’autore o l’autrice del sottotitolo che, a ben vedere, lasciava già intuire la direzione del pezzo: «La portavoce della missione Onu: la presenza dell’Idf è una violazione, Hezbollah va disarmato dal governo di Beirut».
L’Idf viola. Hezbollah resta sullo sfondo. Unifil, invece, è il grande assente di una storia che avrebbe dovuto raccontare soprattutto sé stesso e il proprio fallimento.
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