Graziano Del Rio e Lia Quartapelle sono due importanti esponenti dell’ala riformista del Pd che hanno a cuore le sorti degli israeliani e dei libanesi. In un articolo a doppia firma pubblicato sull’Avvenire del 26 luglio sostengono la bontà dell’accordo quadro sottoscritto a fine giugno tra Israele e Libano. La loro analisi ha la pretesa di essere equilibrata, ma qualcosa inizia a stonare sin dalle prime battute con un’affermazione che sbilancia l’intero impianto: «Il governo d’Israele, che ha ribadito di non avere ambizioni territoriali in Libano, lo deve dimostrare nei fatti». Ora, l’accordo è firmato da due parti, Libano e Israele, ma in nessun punto dell’articolo viene chiesto altrettanto al governo libanese, cioè di dimostrare nei fatti di voler assolvere all’impegno sottoscritto di disarmare Hezbollah. Il motivo della sola richiesta a Israele lo si capisce andando avanti nella lettura.
Scrivono i due firmatari: «Non c’è altra scelta per i libanesi che un accordo di pace definitivo con Israele per recuperare piena sovranità sul territorio, sottrarsi ai tentativi dell’Iran di influenzare la sovranità libanese e sfuggire alla tentazione di parte del governo israeliano di allargare in un delirio religioso-territoriale i confini di Israele». Ecco dunque la motivazione della richiesta unilaterale allo Stato ebraico, contro il quale è stato ormai detto di tutto, ma accusarlo di delirio religioso-territoriale è una vera diavoleria politica. Nella compagine del governo di Gerusalemme c’è una componente messianica che manifesta rivendicazioni territoriali, ma è in assoluta minoranza nel Paese, e tra meno di tre mesi in Israele si vota per un nuovo governo.
Equiparare Israele alla Repubblica islamica dell’Iran, dove il delirio religioso-territoriale è assunto a regime, è una gravissima distorsione della verità che presuppone un grave pregiudizio politico. Come equiparare Israele a Hezbollah, come si legge subito dopo: «Israele ed Hezbollah non devono più tenere in ostaggio la sovranità del Paese dei cedri». Affermazione a dir poco vergognosa per persone istruite e informate come sono gli autori: come è possibile affermare che la responsabilità nei confronti della sovranità del Libano sia la stessa? È possibile se si ignorano volutamente i fatti storici, potendo così mettere sullo stesso piano una democrazia assediata dal 1948 che deve difendersi, con un’organizzazione paramilitare islamista antisionista finanziata ed eterodiretta dall’Iran, nata con l’obiettivo di distruggerla. È possibile se si guarda all’attuale governo libanese come a un governo di anime belle che, loro sì, vogliono la pace, Israele chissà. Eppure i due autori sanno bene che nella compagine ministeriale libanese ci sono ministri di Hezbollah, organizzazione che si oppone all’accordo. Anche se il loro peso è ridimensionato rispetto a governi precedenti, la presenza di esponenti dell’organizzazione islamista dovrebbe suscitare almeno qualche perplessità sulle possibilità di implementare l’accordo, non per responsabilità di Israele, ma per il ruolo che l’Iran, attraverso Hezbollah, gioca ancora nel Paese dei cedri.
Ma Del Rio e Quartapelle hanno in mente altro: «L’accordo quadro del 26 giugno rappresenta un passo diplomatico di rilievo perché riapre un canale di dialogo formale tra Israele e Libano dopo decenni di ostilità. I due Paesi sono formalmente in guerra dal 1948». Cari riformisti del Pd, proprio questo è il problema: dire che i due Paesi sono formalmente in guerra dal 1948 significa liquidare la storia con una formuletta che ancora una volta appiattisce i fatti storici e le diverse responsabilità e non fornisce strumenti obiettivi per valutare il presente. La realtà è che Israele è sotto attacco dal 1948. Il Libano non ha mai riconosciuto lo Stato ebraico, verso il quale ha sempre dimostrato forte ostilità, alleandosi nelle guerre di aggressione degli altri Paesi arabi. Il suo territorio è stato usato per anni dall’Olp e da altri gruppi armati palestinesi come base per raid e attentati contro lo Stato ebraico. Con l’entrata in gioco di Hezbollah, nata nel 1982 ad opera dell’Iran con l’obiettivo dichiarato di combattere Israele, diventata nel tempo una delle organizzazioni armate non statali più potenti del mondo, le minacce alla sicurezza d’Israele si sono aggravate.
Il Paese dei cedri con i suoi governi e istituzioni profondamente infiltrati dall’islamismo radicale armato non è poi così innocente e se oggi una parte di esso si vuole liberare del cappio dell’Iran va certamente sostenuta, ma senza darle preventivamente alcun premio Nobel per la pace.
Graziano Del Rio e Lia Quartapelle, la vostra posizione è intrisa da una profonda diffidenza verso Israele, tanto che preferite guardarlo nell’ottica di un ignobile «delirio religioso-territoriale» piuttosto che avere come riferimento concreto l’impegno preso dal governo israeliano all’art. 5 dell’accordo quadro, in cui dichiara «di non avere ambizioni territoriali in Libano» e che la cessazione della minaccia Hezbollah «eliminerà qualsiasi futura necessità di azioni o presenza militare delle Forze di difesa israeliane in Libano».
Per concludere, un umile suggerimento. Nell’articolo proponete una fumosa missione UE «con attività di assistenza in capo al pilastro civile e aiuto alle forze armate libanesi per il pilastro militare». Di fronte ai tempi certamente non brevi che richiederebbe l’organizzazione di una simile iniziativa, perché intanto non avanzare una proposta riformista, di immediato e forte impatto politico? Chiedere al governo libanese di riconoscere formalmente lo Stato d’Israele come primo atto di attuazione dell’accordo (e come è stato preannunciato in occasione della firma dell’accordo quadro). Questo sì, sarebbe un fatto dimostrativo della volontà del Paese dei cedri di lasciarsi finalmente alle spalle 78 anni di guerra, di sanguinosi attentati, di lancio di migliaia di missili e razzi contro Israele.
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