Alessia Candito, su La Repubblica del 23 maggio, nell’intervista a Martina Comparelli, sostiene che l’attivista, dopo essere stata tre giorni nelle mani dell’IDF, presenta “lividi estesi su gambe e braccia”. Tale affermazione non sono parole virgolettate dell’intervistata, ma dell’intervistatrice. Siamo certi che, da professionista qual è, Candito debba aver verificato di persona i segni delle percosse e quindi andiamo avanti fiduciosi nella lettura del pezzo.
Dopo essere stata portata sulla “nave lager”, Comparelli riferisce di essere stata perquisita da un uomo e una donna: “Avevo gli occhiali, ne avevo bisogno perché non ci vedo, li ha spezzati in due e buttati via”.Martina è una nota attivista climatica di Milano. Su Google ci sono decine di fotografie sue, in occasioni e tempi diversi. Eppure non se ne trova nessuna in cui porti gli occhiali. Curioso, per una persona che senza non vede. Poi il racconto si fa più pesante: “Quindi sono iniziate le botte: pugni e schiaffi in faccia, mi hanno rotto il labbro, ma sul lato interno. Sono bravi a pestare: non lasciano segni visibili”.
Nell’intervista al Tgr Lombardia rilasciata il giorno prima del suo arrivo a Malpensa, però, il volto di Martina Comparelli appare liscio, senza un graffio, un livido, un rossore. Eppure pugni e schiaffi di un soldato qualche impronta dovrebbero pur lasciarla, e il labbro rotto all’interno dovrebbe presentare un qualche gonfiore esterno. Ah già: le tracce delle botte sarebbero su braccia e gambe.
“Non è stata l’unica violenza” è un’altra affermazione di Candito — non una domanda — e infatti Comparelli racconta che l’episodio più grave sarebbe avvenuto in carcere: “Eravamo solo donne, ci hanno fatto spogliare e ci hanno dato l’uniforme del carcere. A noi più piccoline hanno dato uniformi da bambino e ci hanno tenuto a specificarlo. Significa che prevedono e si organizzano per detenere bambini e questo dovrebbe bastare per capire di che abominio stiamo parlando”.
Naturalmente la conclusione sull’“abominio” passa liscia, anche se basta solo per capire il pensiero di Comparelli, non le intenzioni degli israeliani. Proseguendo, l’attivista afferma che, poiché le avevano tolto le medicine, aveva chiesto di vedere un medico: “Ma invece di essere visitata sono stata molestata e fotografata”.Un fatto grave, sconvolgente per una giovane donna. Eppure, alla domanda “Come si è sentita?”, risponde: “Avevo e ho ancora troppa rabbia per provare paura o dolore”.
Indomita, Martina Comparelli pensa alle molestie subite come a un prezzo da pagare: “Se tocca farsi pestare e umiliare perché il mondo si renda conto di quello che i palestinesi subiscono da 80 anni, va bene”.Ecco allora perché gli eroici attivisti della Flotilla insistono nel forzare il blocco navale su Gaza: perché, se gli israeliani li picchiano, il mondo vede quanto sono cattivi. E se sono cattivi con loro, figuriamoci con i palestinesi sotto il loro giogo “da 80 anni”.
Ignoranza? Mala fede? Poco importa, perché secondo il pensiero di Comparelli le implicazioni sono ben più ampie: “Che tocchi aspettare che capiti ai bianchi perché succeda, fa schifo”.Giusto. Ma Alessia Candito poteva almeno chiedere: “Ma in questo caso chi sarebbero i neri?”
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