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L’Australia scopre troppo tardi l’antisemitismo dopo il 7 ottobre

Il capo dei servizi segreti australiani ammette che l’odio antiebraico è stato tollerato e normalizzato mentre le piazze celebravano Hamas e la comunità ebraica finiva sotto attacco

Paolo Montesi

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L’Australia scopre troppo tardi l’antisemitismo dopo il 7 ottobre

L’Australia sta facendo i conti con una verità che per mesi molti hanno preferito ignorare, minimizzare o coprire sotto il lessico rassicurante delle “tensioni sociali”. L’antisemitismo esploso dopo il 7 ottobre 2023 è stato lasciato crescere quasi senza argini e quel clima, secondo il capo dei servizi segreti interni australiani Mike Burgess, ha contribuito a creare un ambiente nel quale la violenza contro gli ebrei è diventata più accettabile, più normale, più facile da praticare.

La dichiarazione di Burgess davanti alla Royal Commission che sta indagando sulla strage di Bondi Beach ha avuto il peso di una confessione istituzionale. Il direttore generale dell’ASIO, l’Australian Security Intelligence Organisation, ha detto apertamente che gli atteggiamenti antisemiti rimasti senza risposta dopo il massacro compiuto da Hamas hanno “dato maggiore permesso alla violenza” e che gli ebrei australiani sono stati quelli che ne hanno pagato il prezzo.

Il punto più impressionante della sua testimonianza riguarda il periodo immediatamente successivo al 7 ottobre. Burgess ha ricordato che in Australia, ancora prima della risposta militare israeliana a Gaza, si erano già viste persone celebrare pubblicamente l’attacco terroristico di Hamas. È un passaggio decisivo perché smonta uno degli argomenti più usati negli ultimi mesi, cioè l’idea secondo cui l’esplosione dell’odio antiebraico sarebbe stata una conseguenza della guerra israeliana nella Striscia. Le manifestazioni ostili contro gli ebrei e contro Israele erano già iniziate mentre nelle comunità israeliane si contavano ancora i morti, i rapiti e i dispersi.

La Royal Commission australiana sta esaminando gli eventi che hanno preceduto l’attacco terroristico del dicembre 2025 a Bondi Beach durante una celebrazione di Hanukkah, attentato nel quale sono state uccise quindici persone. Secondo gli investigatori, Sajid e Naveed Akram, padre e figlio, erano ispirati dallo Stato Islamico e avevano portato con sé bandiere dell’ISIS costruite artigianalmente.

Durante le audizioni è emerso un dato che ha provocato forti polemiche. Alla manifestazione ebraica partecipavano circa mille persone, ma sul posto erano presenti soltanto quattro agenti di polizia. La Community Security Group, organizzazione ebraica che si occupa della sicurezza comunitaria, aveva chiesto una presenza costante delle forze dell’ordine, ma l’evento era stato classificato al livello più basso nella scala delle priorità di sicurezza. Ventinove secondi dopo l’inizio della sparatoria, dieci persone erano già state uccise.

Burgess ha inoltre confermato che l’ASIO ritiene il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica iraniana coinvolto in due attacchi antisemiti contro un ristorante kosher di Sydney e contro la sinagoga Adass Israel di Melbourne. Secondo il capo dell’intelligence australiana, Teheran utilizzerebbe reti di intermediari e agenti per colpire obiettivi ebraici nel mondo occidentale. Quelle valutazioni hanno contribuito, nell’agosto 2025, all’espulsione dell’ambasciatore iraniano dall’Australia.
Dentro questa vicenda colpisce soprattutto il ritardo culturale e politico con cui una parte dell’Occidente ha riconosciuto la natura del fenomeno. Per mesi, nelle università, nelle piazze e nei social network, slogan violentemente antisionisti sono stati considerati una semplice forma di militanza politica, mentre sinagoghe, scuole e attività ebraiche finivano sotto minaccia crescente. In Australia, come in Europa e in Nord America, il confine tra attivismo radicale e intimidazione antiebraica è stato lasciato evaporare lentamente, quasi con imbarazzo, per paura di intervenire contro gruppi presentati come espressione di solidarietà palestinese.
Le parole di Mike Burgess hanno un valore che supera i confini australiani proprio perché arrivano da un uomo che dirige i servizi di sicurezza del Paese e che ha scelto di parlare senza ambiguità. Quando il responsabile dell’intelligence afferma che l’antisemitismo è stato “normalizzato”, significa che lo Stato riconosce di avere sottovalutato la velocità con cui l’odio può rientrare nello spazio pubblico e trasformarsi in violenza concreta.
Bondi Beach, in fondo, racconta questo. Un attentato contro ebrei durante Hanukkah non nasce all’improvviso dentro il vuoto. Cresce dentro un’atmosfera che si abitua progressivamente all’idea che gli ebrei siano un bersaglio politico legittimo, una presenza sospetta, un simbolo da colpire. E quando quella soglia viene superata, le conseguenze arrivano molto più in fretta delle autocritiche.