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L’antisemitismo negli ospedali d’Europa

Dal Regno Unito alla Scandinavia, fino al Belgio, si moltiplicano episodi e testimonianze che mettono in discussione il principio dell’imparzialità delle cure

Alessandro Carmi

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L'antisemitismo negli ospedali d’Europa

Per molti ebrei europei entrare in un ospedale sta diventando motivo di inquietudine, di paura e di rischio. Dopo il 7 ottobre 2023, l’aumento dell’antisemitismo registrato in numerosi Paesi occidentali sembra essersi esteso anche al settore sanitario, dove pazienti e operatori denunciano un clima sempre più ostile. A raccontarlo sono testimonianze provenienti da diversi Stati europei, che descrivono un fenomeno capace di incrinare uno dei principi fondamentali della medicina moderna: la fiducia tra paziente e personale sanitario.

L’argomento è tornato al centro dell’attenzione dopo un’inchiesta pubblicata dal quotidiano australiano The Australian, dedicata alla situazione negli ospedali del Paese. Sebbene il lavoro giornalistico riguardi l’Australia, episodi analoghi emergono anche in Europa, dove vive una comunità ebraica di circa 1,3 milioni di persone. Secondo numerose testimonianze, molti pazienti preferiscono non dichiarare la propria identità ebraica durante le cure, rinviano interventi non urgenti nelle strutture pubbliche oppure cercano medici e ospedali privati ritenuti più affidabili.

Il quadro più dettagliato arriva dal Regno Unito. Il Community Security Trust (CST), l’organizzazione che monitora l’antisemitismo nel Paese, ha documentato 135 episodi verificatisi all’interno del sistema sanitario britannico tra il 7 ottobre 2023 e la fine del 2025. In oltre sei casi su dieci i responsabili sarebbero stati membri del personale sanitario, fra medici, infermieri e dipendenti amministrativi. Altri episodi hanno coinvolto pazienti, visitatori e studenti di medicina.

Fra i casi segnalati figurano un medico che avrebbe giustificato l’azione di Hamas sostenendo che il gruppo «stava semplicemente facendo il proprio lavoro», una svastica comparsa nello spogliatoio del personale, operatori sanitari che sui social network hanno negato il diritto di Israele a esistere e insulti rivolti a pazienti ebrei durante il ricovero o al momento delle dimissioni. Sono episodi diversi tra loro, accomunati dal fatto di essersi verificati in luoghi dove l’imparzialità dovrebbe rappresentare un valore assoluto.

La gravità della situazione è stata sottolineata anche da Lord John Mann, consulente indipendente del governo britannico per la lotta all’antisemitismo. In una revisione pubblicata all’inizio di giugno, Mann ha parlato di una profonda crisi di fiducia all’interno del National Health Service, osservando che numerosi medici e infermieri ebrei riferiscono di vivere forme di isolamento professionale e, in alcuni casi, di avere modificato il proprio percorso lavorativo proprio a causa del clima incontrato negli ospedali.

Segnali analoghi emergono anche nei Paesi nordici. In Danimarca un’infermiera ebrea, identificata con lo pseudonimo di Sarah, ha raccontato a Israel Hayom di avere assistito a una crescente politicizzazione degli ambienti sanitari, con manifestazioni di sostegno ad Hamas e iniziative favorevoli al boicottaggio di Israele esposte all’interno delle strutture. La stessa infermiera afferma che molti ebrei preferiscono affidarsi a medici della propria comunità oppure evitare di rendere nota la propria identità durante le cure.

In Norvegia, già nel 2025, i rappresentanti della comunità ebraica avevano scritto ai vertici del sistema sanitario nazionale denunciando la paura diffusa tra gli ebrei nel ricorrere agli ospedali pubblici. Il medico Rolf Kirschner, dopo quarantacinque anni di attività nel servizio sanitario, aveva parlato di una situazione senza precedenti, spiegando che alcuni pazienti rinunciavano perfino a indossare simboli religiosi durante le visite.

Anche la Svezia e il Belgio hanno registrato episodi che hanno alimentato il dibattito. A Stoccolma alcuni medici hanno manifestato davanti all’ospedale Karolinska chiedendo la liberazione di un medico di Gaza detenuto da Israele con l’accusa di appartenenza ad Hamas. In Belgio un radiologo è stato sospeso dopo avere annotato nel fascicolo clinico di una bambina di nove anni la dicitura «ebrea (israeliana)» come elemento del motivo della visita; successive verifiche sui suoi profili social hanno portato alla luce numerosi contenuti antisemiti.

Le situazioni descritte sono differenti per natura e gravità e non consentono di formulare giudizi sull’insieme dei sistemi sanitari europei, che continuano a essere fondati sul principio della parità di trattamento. Tuttavia, il numero crescente di segnalazioni e il timore espresso da pazienti e professionisti ebrei indicano un problema che molte istituzioni stanno iniziando ad affrontare. Quando una persona arriva a temere che la propria identità religiosa possa influire sul rapporto con chi dovrebbe curarla, viene messo in discussione uno dei pilastri essenziali della medicina, quello della fiducia reciproca fra medico e paziente.