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L’antisemita che dice di non esserlo

Tra negazione e giustificazione: il nuovo linguaggio dell’odio antiebraico in Europa

Giorgio Berruto

Tempo di Lettura: 3 min
L’antisemita che dice di non esserlo

“Gli ebrei hanno il divieto di entrare”. Non è una fotografia degli anni trenta. È la scritta comparsa nel settembre 2025 sulla vetrina di un negozio di Flensburg, nel nord della Germania. Il 1° giugno scorso il proprietario, Hans Velten Reisch, è stato condannato a sei mesi di carcere con sospensione della pena. Il tribunale ha stabilito che il cartello costituiva istigazione all’odio e richiamava deliberatamente i boicottaggi antiebraici di epoca nazista. Eppure Reisch si è difeso sostenendo di non aver voluto offendere gli ebrei e di aver agito per protesta contro la guerra a Gaza. Una giustificazione che il giudice ha respinto.

L’episodio colpisce per un dettaglio ricorrente. L’autore del gesto non si considera antisemita, o almeno dice di non sentirsi tale, e per dimostrarlo distingue tra gli ebrei come persone e Israele come stato. È una formula ormai familiare nel dibattito europeo che sempre più spesso viene utilizzata per negare la natura discriminatoria di atti che colpiscono gli ebrei in quanto tali. Il cartello d’altronde era cristallino. Nessun riferimento a Israele, al governo israeliano o a Gaza: Juden haben hier Hausverbot – “Qui gli ebrei hanno il divieto di entrare”.

Siamo abituati a episodi e (pseudo) argomenti del genere. Mustafa El-H. A., autoreil 2 febbraio 2024 a Berlino di una aggressione allo studente ebreo Lahav Shapira,ha dichiarato che il pestaggio era dovuto alle tensioni sulla guerra di Gaza e non all’identità ebraica della vittima. Ancora in Germania gli organizzatori di manifestazioni di esplicito odio contro Israele – con il ricorso agli stessi simboli e agli stessi slogan impiegati dai terroristi palestinesi – hanno respinto le accuse di antisemitismo.Inutile aggiungere che gli episodi di intolleranza antiebraica, specie di parte islamica e di sinistra, sono letteralmente esplosi negli ultimi due anni e mezzo. E con essi l’ipocrisia dei responsabili.

In Italia diversi episodi di vandalismo e aggressioni contro gli ebrei sono stati accompagnati dalla medesima premessa: “non siamo contro gli ebrei ma contro Israele”. Una distinzione inconsistente per molti motivi. Non da ultimo, perché gli autori stessi prendono di mira indistintamente persone, associazioni e simboli ebraici. Nella maggior parte dei casi ebrei italiani, tedeschi ed europei in genere, non israeliani.

L’argomento per cui l’odio antiebraico dipenderebbe da quello che sono o che fanno gli ebrei è il più antico utilizzato dagli antisemiti di tutte le latitudini. Gli ebrei sono così miserrimi o ricchi, borghesi o bolscevichi, pacifisti o guerrafondai, internazionalisti o nazionalisti, colti o bruti – tutte dimensioni assai interessanti, ma che albergano non negli ebrei in carne e ossa, bensì nella testa di chi li odia. Queste e molte altre sono non cause dell’antisemitismo, bensì giustificazioni utilizzate dagli antisemiti.

Nella sentenza il giudice di Flensburg ha richiamato esplicitamente i boicottaggi nazisti. Anche allora l’esclusione degli ebrei dalla vita economica veniva giustificata come risposta a presunte colpe collettive. Oggi cambiano le parole d’ordine. Resta però identico il meccanismo: colpire gli ebrei e poi affrettarsi ad affermare di non avere nulla contro di loro.