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La spia fantasma che sfuggì a Hezbollah

Khaled al-Aidi, accusato in Libano di far parte di una rete al servizio del Mossad, è evaso durante un attacco sulla Dahieh di Beirut ed è scomparso dopo un misterioso passaggio vicino all’ambasciata ucraina

Shira Navon

Tempo di Lettura: 5 min
La spia fantasma che sfuggì a Hezbollah

Mentre i caccia israeliani colpivano la Dahieh, la roccaforte di Hezbollah nella periferia meridionale di Beirut, e migliaia di persone cercavano rifugio tra il fumo e il panico, un uomo vide aprirsi davanti a sé un’occasione irripetibile. Secondo la ricostruzione emersa nelle ultime ore, Khaled al-Aidi, palestinese nato in Siria e titolare anche della cittadinanza ucraina, riuscì a fuggire da una prigione controllata da Hezbollah approfittando del caos provocato dai bombardamenti. Da quel momento le sue tracce si sono dissolte, lasciando dietro di sé interrogativi che imbarazzano il Libano, irritano Hezbollah e alimentano una delle storie di spionaggio più singolari emerse negli ultimi mesi.

La vicenda è stata ricostruita dall’Associated Press attraverso documenti governativi e testimonianze di funzionari libanesi. Al-Aidi era stato arrestato alla fine del 2025 nell’ambito di una vasta operazione contro una presunta rete accusata di preparare attentati e omicidi nel Paese. Secondo le autorità libanesi, il gruppo avrebbe pianificato azioni spettacolari in coincidenza con il primo anniversario dell’uccisione di Hassan Nasrallah, storico leader di Hezbollah eliminato da Israele nel settembre 2024.

L’aspetto più insolito del caso riguarda proprio la posizione di Al-Aidi. A differenza degli altri imputati, quasi tutti libanesi, lui era un outsider. Palestinese proveniente dalla Siria, con cittadinanza ucraina ereditata dalla madre, era arrivato in Libano soltanto nell’agosto del 2025 con un volo proveniente dall’Etiopia. Gli investigatori sostengono che fosse coinvolto in una rete coordinata da un presunto agente del Mossad residente in Germania, che avrebbe comunicato con i suoi contatti attraverso applicazioni criptate.

Per Hezbollah, Al-Aidi rappresentava evidentemente una risorsa importante. Mentre gli altri sospettati venivano rinchiusi nelle carceri ufficiali del Libano in attesa del processo, lui era detenuto direttamente dall’organizzazione sciita. Una scelta eccezionale che riflette il valore attribuito alle informazioni che avrebbe potuto fornire.

Poi è arrivato il bombardamento israeliano del marzo scorso. Secondo fonti libanesi, uno degli obiettivi colpiti nella Dahieh sarebbe stato un edificio utilizzato da Hezbollah per custodire persone sospettate di collaborare con Israele. In quelle ore convulse Al-Aidi è riuscito a scappare e a raggiungere Baabda, il quartiere diplomatico che domina Beirut dalle colline circostanti. Da lì è entrato nell’orbita dell’ambasciata ucraina.
È a questo punto che il racconto assume i contorni di un thriller internazionale. Un documento ottenuto dall’Associated Press mostra che l’ambasciata ucraina chiese alle autorità libanesi il permesso di far lasciare il Paese ad Al-Aidi. La richiesta venne respinta, perché nei suoi confronti risultava già pendente un mandato di arresto emesso dalla magistratura militare. Successivamente, però, le informazioni si interrompono.

Un funzionario ucraino ha dichiarato che Al-Aidi non si trova più nell’ambasciata e ha rifiutato di spiegare dove sia. Per ragioni di sicurezza, ha evitato perfino di confermare se l’uomo abbia realmente soggiornato nella sede diplomatica. Hezbollah, dal canto suo, sostiene che sia stato tentato un trasferimento clandestino verso la Siria. Wafiq Safa, uno dei più influenti dirigenti del movimento sciita, ha confermato l’esistenza di un tentativo di espatrio senza aggiungere ulteriori dettagli.

L’imbarazzo delle istituzioni libanesi è evidente. Due alti responsabili della sicurezza hanno riferito all’Associated Press di ritenere che Al-Aidi abbia ormai lasciato il Libano. Damasco, interpellata sulla vicenda, afferma di non avere alcuna informazione sul suo conto. Anche il tribunale militare ha convocato l’ambasciata ucraina per ottenere chiarimenti, senza ricevere risposta.

La fuga di Al-Aidi arriva in un momento particolarmente delicato per Hezbollah. Dopo la guerra con Israele e le devastanti operazioni di intelligence che hanno colpito l’organizzazione, il movimento sciita è impegnato in una vasta caccia ai presunti infiltrati. Le autorità libanesi e Hezbollah rivendicano l’individuazione di numerose reti di spionaggio. Decine di persone sono state arrestate, molte sono già state condannate e altre attendono il processo.

Le inchieste giudiziarie mostrano un fenomeno che preoccupa profondamente il movimento sciita. Secondo i fascicoli esaminati dai magistrati, alcuni informatori avrebbero ricevuto compensi compresi tra 2.500 e 20.000 dollari per fornire coordinate di depositi d’armi, uffici politici e infrastrutture sensibili. In molti casi il reclutamento sarebbe avvenuto attraverso i social network.

La vicenda più nota resta quella di Mohammed Hadi Saleh, cantante religioso molto conosciuto negli ambienti vicini a Hezbollah, arrestato con l’accusa di avere trasmesso al Mossad informazioni su obiettivi successivamente colpiti da Israele.

La scomparsa di Khaled al-Aidi rischia però di avere conseguenze che vanno oltre il semplice caso giudiziario. Se emergesse che settori dello Stato libanese hanno favorito la sua fuga, Hezbollah potrebbe utilizzare l’episodio per accusare il governo di complicità e alimentare ulteriormente le tensioni interne. Se invece si accertasse un coinvolgimento diretto di attori stranieri nell’esfiltrazione del sospettato, il caso assumerebbe una dimensione diplomatica ben più ampia.

Per il momento resta soltanto una certezza. Nel pieno di un bombardamento israeliano, un uomo accusato di essere parte di una rete del Mossad è riuscito a svanire nel nulla sotto gli occhi di Hezbollah. In un Paese dove la guerra dell’intelligence si combatte da decenni, è una sconfitta che pesa quasi quanto una battaglia perduta.


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