Ashley Jackson, figlia del reverendo Jesse Jackson, si è convertita all’ebraismo e ha scelto come nome ebraico Miriam Yiskah. A rendere particolarmente significativa la sua decisione è la storia del padre, protagonista del movimento americano per i diritti civili e per decenni legato alla comunità ebraica da un rapporto difficile, segnato da scontri durissimi, accuse di antisemitismo e successivi tentativi di riconciliazione.
A raccontare il proprio percorso è stata la stessa Ashley Jackson in un articolo pubblicato dal Washington Post. La conversione è stata guidata dalla rabbina Sharon Brous, fondatrice e guida spirituale di IKAR, comunità ebraica di Los Angeles. Jesse Jackson, morto nel febbraio scorso a 84 anni, conosceva la scelta della figlia e l’aveva sostenuta. Due anni prima della morte l’aveva accompagnata durante una funzione di Shabbat nella sua sinagoga.
Per Ashley quel giorno è rimasto uno dei momenti decisivi del proprio cammino. Il celebre pastore battista si sedette in prima fila accanto alla figlia, ascoltò le preghiere in ebraico e partecipò alla funzione. Quando Brous pronunciò il suo nome per impartirgli una benedizione, i presenti si alzarono spontaneamente in piedi e lo applaudirono. Jackson pianse. La rabbina avrebbe ricordato quell’incontro un anno e mezzo più tardi, intervenendo al suo funerale.
La scena assume un significato particolare alla luce della lunga storia di Jesse Jackson con gli ebrei americani. Negli anni del movimento per i diritti civili, del quale fu uno dei protagonisti accanto a Martin Luther King, afroamericani ed ebrei combatterono spesso insieme contro la segregazione razziale. Jackson stesso avrebbe continuato a ricordare come le due minoranze fossero state bersaglio dello stesso odio.
Il rapporto si incrinò profondamente alla fine degli anni Settanta. Nel 1979 Jackson incontrò a Beirut Yasser Arafat, quando la politica ufficiale degli Stati Uniti escludeva contatti con l’OLP finché l’organizzazione non avesse riconosciuto il diritto di Israele a esistere. Durante quel viaggio visitò anche Israele, mentre due esponenti ebrei della sua delegazione abbandonarono la missione in polemica con le sue posizioni.
La rottura più grave arrivò durante la campagna per le primarie democratiche del 1984. Jackson definì gli ebrei «Hymies» e New York «Hymietown», utilizzando un termine dispregiativo che provocò una tempesta politica e una profonda ferita nei rapporti con la comunità ebraica. Dopo avere inizialmente negato quelle parole, riconobbe di averle pronunciate e chiese pubblicamente perdono durante un discorso in una sinagoga di Manchester, nel New Hampshire.
Quell’episodio lo avrebbe accompagnato per il resto della vita. Negli anni successivi Jackson cercò ripetutamente di ricostruire i rapporti compromessi, collaborando con esponenti e organizzazioni ebraiche e intervenendo anche in favore degli ebrei sovietici, iraniani, siriani ed etiopi. La riconciliazione rimase incompleta agli occhi di una parte dell’ebraismo americano, soprattutto per le sue posizioni su Israele e per la vicinanza avuta con Louis Farrakhan, tuttavia alcuni leader ebrei che avevano duramente criticato Jackson finirono per riconoscere il cambiamento intervenuto nel tempo.
È dentro questa storia che la scelta di Ashley acquista un significato che supera la dimensione privata. La figlia racconta di essere cresciuta con l’idea che la fede dovesse tradursi in azione e di avere ritrovato nell’ebraismo quella stessa esigenza morale. Rivendica oggi contemporaneamente la propria identità nera ed ebraica, proprio mentre negli Stati Uniti i rapporti tra le due comunità attraversano nuove tensioni.
Qualche settimana dopo la conversione, davanti alla propria comunità, Ashley ha annunciato il nome Miriam Yiskah. Yiskah, ha spiegato, è stato scelto come eco femminile del nome Jesse e come modo per portare con sé la memoria del padre.
Il cerchio si è così chiuso in una maniera che Jesse Jackson difficilmente avrebbe potuto immaginare quarant’anni fa. L’uomo il cui nome era diventato per molti ebrei americani il simbolo di una dolorosa frattura ha accompagnato sua figlia verso l’ebraismo e ha ricevuto, seduto accanto a lei durante uno Shabbat, l’abbraccio di una sinagoga. Ashley Jackson ha scelto di portare quella riconciliazione anche nel proprio nome.