Home > Approfondimenti > La battaglia che la destra non combatte

La battaglia che la destra non combatte

Le timidezze del governo sulla difesa degli ebrei italiani dall’odio

Giorgio Berruto

Tempo di Lettura: 5 min
La battaglia che la destra non combatte

Negli ultimi mesi la posizione del governo italiano nei confronti di Israele è cambiata. Non si tratta di una rottura diplomatica o di un riposizionamento strategico completo, ma il linguaggio utilizzato da Palazzo Chigi e da esponenti della maggioranza è diventato progressivamente più critico verso il governo israeliano e più distante rispetto all’impostazione assunta all’indomani del 7 ottobre.

Perché? Una possibile interpretazione è che il governo abbia percepito – a torto o a ragione – un mutamento del clima politico e culturale nel Paese. E che provi non senza incertezze a rincorrerlo. Gli sconquassi successivi alla sconfitta referendaria potrebbero avere contribuito a rafforzare la tendenza. A ciò si aggiunge il peso esercitato dal mondo cattolico. Dopo una fase di assestamento seguita all’elezione di papa Leone, la Chiesa è tornata a esprimere critiche unidirezionali e parziali nei confronti di Israele, che spesso si traducono anche nella messa in discussione di decenni di dialogo interreligioso e nel rilancio da parte di alti prelati di pregiudizi preconciliari. Considerata la storica attenzione della premier e della maggioranza verso gli orientamenti del mondo cattolico, è difficile non vedere una connessione tra questi fattori e l’evoluzione della linea governativa.

Anche sul rapporto con gli Stati Uniti emergono segnali interessanti. La mancata concessione dell’utilizzo di basi italiane in occasione delle operazioni militari statunitensi contro l’Iran segnala una posizione ambigua dell’Italia all’interno del campo occidentale. Che un’alternativa critica fosse possibile lo ha dimostrato peraltro la Germania, che ha concesso le basi pur contestando l’opportunità dell’intervento americano.

Il problema più grave riguarda tuttavia il clima interno. L’odio antiebraico in Italia raggiunge ogni giorno ormai nuove vette e, quel che è peggio, nuova legittimazione. Quello di matrice islamista è quasi sempre il più aggressivo e violento. Quello proveniente da settori della sinistra – fino ad alcuni anni fa la sinistra radicale, ma con la maoizzazione del PD sotto la dirigenza Schlein non più solo – esercita invece un’influenza formidabile sul piano culturale, mediatico e universitario. Negli ultimi mesi si sono moltiplicati episodi di aggressioni verbali, intimidazioni, insulti, boicottaggi, richieste di abiura e discriminazioni nei confronti di cittadini ebrei o di persone identificate come tali. In molti casi la reazione delle istituzioni, della politica e dell’informazione è apparsa debole, episodica, frutto dell’intervento di singole personalità e comunque insufficiente rispetto alla gravità dei fatti.

Emblematico è il caso recente di Keshet Italia, associazione ebraica LGBT esclusa dal Roma Pride. Un episodio che avrebbe dovuto suscitare una mobilitazione trasversale in difesa del principio di non discriminazione e che invece è stato accolto da gran parte del dibattito pubblico con imbarazzante freddezza. Indifferenza. Che è la parola che campeggia all’ingresso del Memoriale della Shoah di Milano, la parola che oggi è divenuta realtà come mai prima dal 1945. Il fatto che una minoranza venga esclusa da una manifestazione sulla base della propria identità o dell’identità che le viene attribuita non è un problema che riguardi la geopolitica mediorientale, ma la nostra libertà in quanto cittadini di un Paese che per Costituzione dovrebbe impegnarsi a garantire a tutti alcuni diritti.

Sarebbe troppo facile limitarsi a denunciare la deriva populista, settaria e terzomondista del PD, l’influenza della guerra di propaganda con cui Russia, Iran e altre dittature avvelenano il dibattito pubblico, il corteggiamento dell’islamismo organizzato e militante a sinistra e le distorsioni che affliggono per convinzione o conformismo gran parte dell’informazione. Tutto questo è vero e dà vita naturalmente a una serie di problemi intrecciati. Dovremmo però farci anche un’altra domanda, e chiederci perché la destra, oggi al governo, non abbia scelto finora di impegnarsi fino in fondo in una battaglia di principio. Una battaglia fondata sull’articolo 3 della Costituzione, che garantisce pari dignità e uguaglianza a tutti i cittadini senza distinzione di religione, origine o appartenenza.

Ci si sarebbe aspettati che un governo di centrodestra rivendicasse con forza il diritto degli ebrei italiani a vivere senza quotidiane intimidazioni, senza discriminazioni e senza essere chiamati a rispondere delle scelte di uno Stato estero. Ci si sarebbe aspettati una risposta più netta, più coraggiosa e più coerente. Anche in questo caso esiste un Paese europeo in cui questo avviene, ed è ancora la Germania. In Germania per molti aspetti le pulsioni antiebraiche non sono inferiori a quelle presenti in Italia. La galassia islamista è più forte ed esiste un antisemitismo di estrema destra molto più grande e pericoloso di quello italiano. Ma la maggiore attenzione di politica, istituzioni e di una parte dei media è riuscita finora ad arginare, se non gli episodi antiebraici, almeno la loro passiva accettazione da parte dei più.

Questa risposta, almeno finora, in Italia non si è vista. Ciò non toglie, naturalmente, che le condizioni di vita degli ebrei italiani potrebbero deteriorarsi ulteriormente con un governo diverso da quello attuale: per esempio – facile previsione – se il cosiddetto Campolargo che ha fatto delle stesse rivendicazioni dei terroristi di Hamas un totem identitario vincesse le elezioni. Ma questa non è una buona risposta alla nostra domanda. Le scelte fatte finora dal governo Meloni sono sembrate un tentativo continuo di calmare le acque, preferendo le teste rotte delle forze dell’ordine al rischio di assistere al martirologio di qualche violento ferito, preferendo la cacciata degli ebrei dai cortei al ripristino del diritto – se necessario anche con la forza legittima di cui ogni stato democratico ha e dovrebbe conservare il monopolio. Se a destra esiste la volontà di combattere una battaglia culturale e politica per i diritti fondamentali di tutti i cittadini italiani – una volontà ormai clamorosamente gettata alle ortiche a sinistra – è tempo che si faccia sentire.


Pesach, la memoria che libera: l’Esodo non è passato ma presente