L’Aia – Per anni Karim Khan ha rappresentato una promessa della giustizia internazionale: l’idea che nessun leader, nessun esercito e nessuna organizzazione armata potessero considerarsi al di sopra della legge. La sua immagine era quella del procuratore disposto a sfidare il potere ovunque si manifestasse. La sua caduta, però, racconta una storia diversa: quella di un uomo la cui autorità morale è stata messa in discussione proprio mentre chiedeva al mondo di riconoscere l’autorità della Corte penale internazionale.
Le accuse di cattiva condotta sessuale e di abuso di potere, che Khan ha sempre respinto, hanno provocato una crisi senza precedenti all’interno della Corte penale internazionale (CPI). Al di là dell’esito delle indagini sulle contestazioni, il caso ha aperto una domanda più ampia: cosa accade quando il custode della legalità viene accusato di non aver rispettato gli stessi principi che pretende di applicare agli altri?
Khan ha costruito gran parte della propria credibilità pubblica sul linguaggio delle vittime. Nei suoi interventi ha spesso sostenuto che la giustizia internazionale dovesse dare voce a chi non ne aveva mai avuta. Ma le accuse rivolte contro di lui hanno riguardato proprio la gestione del potere all’interno del suo ufficio, trasformando il procuratore in protagonista di una vicenda che ha finito per mettere in discussione la cultura istituzionale della Corte.
La seconda contraddizione riguarda Israele. Dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023, Khan visitò le comunità israeliane colpite, incontrò familiari delle vittime e degli ostaggi e parlò della necessità di perseguire i responsabili di Hamas sulla base delle prove. Pochi mesi più tardi, il suo ufficio chiese mandati di arresto sia nei confronti dei dirigenti di Hamas sia del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’allora ministro della Difesa Yoav Gallant per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Dal punto di vista giuridico, le richieste riguardavano condotte differenti e responsabilità autonome. Dal punto di vista politico, però, l’annuncio congiunto fu interpretato da molti come un messaggio di equivalenza morale tra uno Stato democratico e un’organizzazione terroristica. Israele respinse con forza questa impostazione, sostenendo che la Corte avesse ignorato il contesto dell’attacco del 7 ottobre e il diritto di Israele all’autodifesa. I sostenitori di Khan considerarono quella scelta la dimostrazione che nessuno dovesse beneficiare di immunità politiche. I critici vi videro un esempio di come la ricerca dell’equidistanza potesse produrre una falsa equivalenza. È una distinzione sottile, ma decisiva.
La terza contraddizione emerge dalla coincidenza temporale tra le accuse personali rivolte a Khan e il procedimento relativo ai mandati di arresto per Netanyahu e Gallant. Le contestazioni interne iniziarono a circolare mentre il suo ufficio stava preparando una delle decisioni più controverse nella storia della Corte. Alcuni esponenti israeliani sostennero che il procuratore avesse utilizzato la rilevanza internazionale del dossier per rafforzare la propria posizione pubblica o distogliere l’attenzione dalle accuse personali. Non sono emerse prove che dimostrino questa ricostruzione, ma la sovrapposizione degli eventi ha alimentato un dibattito che continua ancora oggi.
La quarta contraddizione riguarda il modo in cui Khan ha incarnato l’istituzione. La Corte penale internazionale fonda la propria autorevolezza sulle regole, sulle procedure e sulla continuità istituzionale. Negli anni la figura del procuratore è diventata il simbolo stesso della CPI. Quando la reputazione di Khan è entrata in crisi, anche la credibilità della Corte ha subito un duro contraccolpo. Le istituzioni internazionali vivono di fiducia. Non dispongono di eserciti, non controllano territori e non possono imporre le proprie decisioni con la forza. La loro legittimazione deriva dalla percezione di indipendenza, imparzialità e integrità. Per questo motivo il caso Khan supera la dimensione personale. Le accuse nei suoi confronti, indipendentemente dalla sua difesa e dalle diverse interpretazioni politiche, hanno offerto ai detrattori della giustizia internazionale un argomento potente: sostenere che un’istituzione chiamata a giudicare i potenti del mondo non sia stata capace di proteggere la propria credibilità interna.
La vicenda non risponde alla domanda se le indagini della Corte su Israele siano giuridicamente fondate. Quella questione dovrà essere affrontata nei procedimenti previsti dallo Statuto di Roma. Ma pone un interrogativo altrettanto rilevante. Quanto può essere persuasiva un’istituzione internazionale quando il suo principale rappresentante diventa esso stesso oggetto di una crisi etica e istituzionale?
È questa, più delle polemiche diplomatiche e delle accuse incrociate, l’eredità più complessa lasciata da Karim Khan: aver dimostrato quanto la credibilità della giustizia internazionale dipenda non soltanto dalle sentenze che pronuncia, ma anche dall’esempio di chi è chiamato ad amministrarla.