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Juneteenth, la galassia pro Palestina lega la festa della libertà afroamericana a Gaza

Una campagna coordinata ha coinvolto gruppi universitari, associazioni, un museo di Washington e perfino l’ufficio culturale del Qatar negli Stati Uniti rilanciando il messaggio “Da Ferguson a Gaza”

Paolo Montesi

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Juneteenth, la galassia pro Palestina lega la festa della libertà afroamericana a Gaza

Juneteenth, la ricorrenza che celebra la fine della schiavitù negli Stati Uniti, quest’anno è stata trasformata da una rete di organizzazioni filo-palestinesi in una piattaforma politica per rilanciare la causa di Gaza. Il 19 giugno almeno sette organizzazioni hanno pubblicato quasi contemporaneamente contenuti che collegavano la liberazione degli afroamericani alla cosiddetta “liberazione della Palestina”, riproponendo uno schema ideologico che da oltre un decennio cerca di fondere le due vicende storiche in un’unica battaglia contro un presunto sistema globale di oppressione.

La coincidenza temporale e la ripetizione degli stessi riferimenti culturali hanno attirato l’attenzione di Jewish Onliner, che ha ricostruito la rete di relazioni tra i soggetti coinvolti. Pur trattandosi di organizzazioni diverse, il quadro che emerge mostra legami finanziari, collaborazioni operative e una strategia comunicativa condivisa che punta a utilizzare le principali ricorrenze civili americane come occasioni per promuovere la mobilitazione contro Israele.

Fra i protagonisti compare National Students for Justice in Palestine (NSJP), la principale organizzazione universitaria filo-palestinese degli Stati Uniti, che coordina centinaia di capitoli nei campus. Nel messaggio pubblicato per Juneteenth il gruppo afferma che “da Ferguson a Gaza il militarismo razzializzato dello Stato americano unisce i nostri popoli”, accostando le proteste nate nel Missouri nel 2014 dopo l’uccisione di Michael Brown alle operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza.

Lo stesso giorno l’Institute for Palestine Studies ha rilanciato un numero speciale del Journal of Palestine Studies pubblicato nel 2019 e dedicato alla “solidarietà transnazionale tra neri e palestinesi”. Quel volume, curato fra gli altri dalla giurista Noura Erakat e dal professore Marc Lamont Hill, rappresenta uno dei testi teorici che hanno consolidato il paradigma “From Ferguson to Gaza”, secondo il quale le tensioni razziali negli Stati Uniti e il conflitto israelo-palestinese costituirebbero manifestazioni dello stesso fenomeno di violenza strutturale.

Il messaggio è stato ripreso anche dall’United States Palestinian Community Network di Milwaukee, che durante le celebrazioni di Juneteenth ha allestito un proprio stand invitando i partecipanti a discutere di “liberazione” con lo slogan “Le stesse catene, le stesse gabbie, lo stesso nemico”. Nello stesso filone si inseriscono il Museum of the Palestinian People di Washington, che ha pubblicato immagini di manifestazioni con il cartello “From Ferguson to Palestine”, e il People’s Forum di New York, organizzazione finita sotto la lente della Commissione Ways and Means della Camera dei rappresentanti per presunti finanziamenti riconducibili all’imprenditore Neville Roy Singham, da tempo al centro di indagini giornalistiche sui suoi rapporti con reti vicine alla propaganda cinese.

Fra gli elementi che hanno suscitato maggiore attenzione figura anche il messaggio diffuso dall’Ufficio dell’addetto culturale del Qatar negli Stati Uniti, organismo diplomatico che gestisce il programma di borse di studio qatariote nelle università americane. Nel suo augurio per Juneteenth comparivano tre cuori verde, rosso e nero, gli stessi colori della bandiera palestinese, interpretati dagli autori dell’inchiesta come un richiamo simbolico alla campagna di solidarietà.

Secondo Jewish Onliner, la convergenza fra queste organizzazioni va oltre una semplice affinità politica. National Students for Justice in Palestine e United States Palestinian Community Network condividono infatti lo stesso sponsor fiscale, la WESPAC Foundation di New York, mentre il People’s Forum, NSJP e il Palestinian Youth Movement collaborano stabilmente nella coalizione “Shut It Down for Palestine”, protagonista delle grandi mobilitazioni e degli accampamenti universitari organizzati negli Stati Uniti durante il 2024.

Il tentativo di collegare le rivendicazioni palestinesi alle principali ricorrenze della storia americana non rappresenta una novità. Negli ultimi anni le stesse organizzazioni hanno utilizzato il Martin Luther King Day, il Black History Month e perfino il Natale per rilanciare campagne di solidarietà con Gaza. La differenza, osserva l’inchiesta, consiste nell’ampiezza della rete coinvolta nel 2026, che comprende gruppi universitari, istituti accademici, campagne politiche, istituzioni culturali e perfino un ufficio diplomatico straniero.

Per i promotori dell’iniziativa il collegamento fra Ferguson e Gaza costituisce una lettura coerente delle lotte contemporanee contro le discriminazioni. Per i critici, invece, questa strategia finisce per sovrapporre vicende storiche profondamente diverse, trasformando una ricorrenza che appartiene alla storia americana in uno strumento di mobilitazione politica sul conflitto mediorientale e contribuendo a esportare negli Stati Uniti le contrapposizioni che da anni accompagnano il dibattito su Israele.