Sette anni fa il regime iraniano impedì che si affrontassero nella finale del Campionato del mondo di judo. Oggi Shagi Muki e Saeid Mollaei sono saliti insieme sul tatami in Israele, con le rispettive bandiere cucite sul judogi, trasformando quella sfida mai disputata nel simbolo di una riconciliazione che la politica continua a rendere impossibile.
L’incontro si è svolto a Netanya davanti a un pubblico che ha applaudito molto più del risultato sportivo. Per entrambi era il modo di chiudere una vicenda iniziata nel 2019, quando Mollaei, allora campione del mondo in carica e rappresentante dell’Iran, ricevette dalle autorità di Teheran l’ordine di evitare in ogni modo una finale contro l’israeliano. Per sottrarsi a quell’incontro fu costretto a perdere deliberatamente la semifinale, un episodio che provocò uno scandalo internazionale e portò successivamente alla sospensione dell’Iran da parte della Federazione internazionale di judo.
Quella scelta cambiò per sempre la vita dell’atleta iraniano. Dopo avere denunciato le pressioni ricevute dal regime, Mollaei lasciò il suo Paese, ottenne protezione internazionale e proseguì la carriera sportiva rappresentando la Mongolia. Da allora è diventato uno dei volti più noti della battaglia contro l’ingerenza politica nello sport.
Nel frattempo, tra lui e Muki è nata un’amicizia che va ben oltre il judo. Il campione israeliano racconta di avere accolto l’ex rivale all’aeroporto e di averlo ospitato a casa dei propri genitori, dove hanno cenato insieme e perfino ballato sulle note della musica persiana. «Nel mio sogno più bello non avrei immaginato una scena del genere», ha raccontato Muki, sottolineando come il loro rapporto rappresenti una vittoria personale dopo gli anni segnati dall’odio imposto dalla politica.
Anche Mollaei ha descritto con emozione il ritorno in Israele. Già in occasione delle competizioni disputate a Tel Aviv e Gerusalemme aveva ricevuto manifestazioni di affetto dalla comunità di origine iraniana e da molti israeliani. Questa volta, però, il significato del viaggio era diverso. «Sono semplicemente felice di essere qui», ha spiegato, ricordando il sostegno ricevuto dal pubblico israeliano fin dal suo primo arrivo nel Paese.
Il combattimento di Netanya era in realtà una dimostrazione sportiva, ma sul tatami nessuno dei due ha rinunciato all’agonismo. Muki ha prevalso al termine dell’incontro, concluso tra strette di mano, abbracci e una lunga ovazione del pubblico. A vincere davvero, però, è stato il messaggio che entrambi hanno voluto trasmettere.
«La nostra storia dà speranza all’umanità», ha detto Muki. «Viviamo in un tempo di guerre e odio, ma noi dimostriamo che due persone possono accettarsi e rispettarsi indipendentemente dalla politica». Gli ha fatto eco Mollaei, secondo il quale il judo insegna prima di tutto rispetto e amicizia. «Vogliamo mostrare a Israele, all’Iran e al resto del mondo un’altra strada. Siamo il simbolo di una pace possibile».
L’evento ha rappresentato anche la scena conclusiva di un documentario dedicato alla loro vicenda, destinato alla distribuzione internazionale. I due ex campioni hanno annunciato l’intenzione di continuare a raccontare insieme la propria esperienza attraverso incontri pubblici e conferenze, trasformando quella che un tempo era una rivalità sportiva in una testimonianza di dialogo.
In un Medio Oriente ancora attraversato da guerre e tensioni, la fotografia di un israeliano e di un iraniano che si inchinano l’uno davanti all’altro sul tatami assume un valore che va oltre qualsiasi medaglia. Ricorda che i regimi possono imporre divieti e alimentare l’ostilità, ma difficilmente riescono a impedire che due uomini si riconoscano, prima ancora che come avversari, come esseri umani.