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Israele, le notizie che non fanno audience

Dalla kamikaze curata in un ospedale israeliano al neonato palestinese salvato da una donatrice ebrea: storie vere che raramente trovano spazio nel racconto mediatico su Israele

Josef Oskar

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Israele, le notizie che non fanno audience

Combattere la disinformazione su Israele non è mai stato compito facile e, pur tuttavia, per amore della verità, non possiamo rinunciare a farlo. Sarà forse impossibile far cambiare idea al popolo dei social network, ma non è a loro che mi rivolgo. La mia speranza è, semmai, quella di raggiungere chi segue l’Eurovision, il fenomeno internazionale che ogni anno porta le canzoni israeliane ai primi posti della competizione. È a queste persone che bisogna fornire strumenti e argomenti affinché possano a loro volta diffondere semi di verità e di decenza. Per questa ragione voglio raccontare tre episodi che mi sembrano significativi.

Il 20 giugno 2005 una giovane gazawi di ventuno anni si presentò al valico di Eretz per entrare in Israele. Tempo prima era stata curata all’ospedale Soroka di Beer Sheva in seguito a gravi ustioni provocate dall’esplosione di una bombola di gas e, dopo aver ricevuto le cure necessarie, le era stato raccomandato di tornare per un controllo dopo sei mesi. Successe però qualcosa di imprevisto e terribile. Durante i normali e inevitabili controlli di sicurezza, le guardie israeliane scoprirono che Wafa Samir Ibrahim al-Biss, questo il nome della giovane donna, nascondeva sotto i vestiti una cintura esplosiva del peso di dieci chilogrammi. Tentò senza successo di azionarla e fu arrestata. Il suo progetto era quello di raggiungere l’ospedale Soroka, farsi esplodere e uccidere i medici che l’avevano assistita e curata. Resta inevasa la domanda su come sia possibile entrare in comunicazione con esseri umani di questo genere.

L’11 aprile 2023 un cittadino arabo-israeliano di nome Yousef Abu Jaber, quarantacinque anni, proveniente da Kafr Qasim, nel centro di Israele, investì deliberatamente con la propria automobile un gruppo di turisti italiani e britannici che passeggiavano sul lungomare di Tel Aviv. Otto persone rimasero coinvolte nell’attacco terroristico. Sette riportarono ferite di diversa entità, mentre l’ottava vittima, Alessandro Parini, avvocato italiano di trentasei anni, perse la vita. La vettura si rovesciò e un poliziotto presente sul luogo riuscì a neutralizzare l’attentatore. Un turista italiano in vacanza perse dunque la vita in un modo tanto assurdo quanto folle.

In Israele esiste, o forse sarebbe più corretto dire esisteva, una ONG chiamata B’Derech LeHachlama (“Sulla via della guarigione”). Vi aderivano centinaia di volontari con lo scopo di trasportare malati dalla Cisgiordania e da Gaza ai migliori ospedali israeliani e assicurare loro le cure necessarie. Poiché si trattava spesso di bambini accompagnati dalle madri, i volontari offrivano ospitalità a queste donne durante il periodo delle cure. I membri dell’organizzazione dedicavano tempo, energie e denaro a un’iniziativa di straordinaria generosità. Una volta guariti, i pazienti e i loro familiari venivano riaccompagnati a casa. Tutto gratuitamente. Il 7 ottobre Hamas ha assassinato sette volontari di questa ONG, tra cui uno dei fondatori, Oded Lifshitz. Non sorprende che oggi l’associazione attraversi una grave crisi esistenziale.

Ho voluto ricordare questi tre episodi perché forse aiutano a comprendere le tragiche difficoltà che attraversa la società israeliana, angosciata dal fatto che la brutalità del terrorismo palestinese rischia di erodere lentamente quel patrimonio di umanità di cui gli israeliani hanno bisogno come dell’acqua nel deserto.

Io stesso sono stato testimone oculare di episodi che dimostrano il senso di umanità che caratterizza l’israeliano medio.Durante uno dei miei frequenti voli da Milano a Tel Aviv viaggiava una donna palestinese insieme al figlio, un ragazzo di circa dieci anni. Durante il volo il bambino soffrì di mal d’aria e, una volta atterrati in Israele, mentre eravamo in fila per il controllo passaporti, ebbi modo di osservare con piacere come molti passeggeri israeliani si informassero sulle sue condizioni e chiedessero alla madre palestinese se il figlio stesse meglio.

Due anni fa, nel corso delle mie ricerche sul conflitto israelo-palestinese, mi recai all’Università di Tel Aviv presso il Centro Moshe Dayan, che possiede uno dei più importanti archivi dedicati all’argomento. L’impiegato che mi assistette era un giovane cittadino arabo israeliano e non posso fare a meno di osservare con ammirazione il livello di integrazione che caratterizza la società israeliana. Considerata l’intensità con cui viene vissuto questo conflitto, affidare a un giovane arabo la gestione di un archivio di tale importanza rappresenta un fatto che merita di essere sottolineato.

Molti altri esempi potrebbero essere raccontati ma voglio concludere con una vicenda che offre motivo di speranza, nonostante le notizie spesso parziali o scarsamente contestualizzate che molti media, talk show e giornali italiani diffondono su Israele, spesso alla ricerca del consenso più facile.

Il Jerusalem Post riporta che, nel maggio 2026, Talya Eden, docente trentanovenne della Bar-Ilan University di Ramat Gan, ha deciso di donare un lobo di fegato a un bambino arabo di Gerusalemme Est affetto da una grave malattia epatica congenita. Il piccolo Bissan, di appena otto mesi, potrà vivere grazie a questo straordinario gesto di umanità compiuto da una donatrice israeliana. Sorge quindi spontanea una domanda, anzi un grido: quanti media italiani avranno il coraggio di raccontare una notizia come questa?