Sessantatré anni dopo gli spari di Dallas, l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy continua a generare teorie del complotto. Alcune appartengono ormai al folklore politico americano, altre hanno trovato nuova vita nell’era dei social network. Tra queste, una delle più recenti e tossiche sostiene che AIPAC, la principale organizzazione filoisraeliana degli Stati Uniti, avrebbe avuto un ruolo nell’uccisione del presidente americano nel novembre 1963. Una teoria che negli ultimi mesi ha raccolto centinaia di milioni di visualizzazioni online e che oggi viene smentita da uno studio accademico pubblicato sulla rivista Modern Judaism di Oxford University Press.
L’autore della ricerca è Kobby Barda, storico e analista politico israeliano, che ha esaminato documenti, audizioni parlamentari e materiali declassificati per verificare se esistesse qualche elemento in grado di collegare AIPAC o altre organizzazioni filoisraeliane all’omicidio di Kennedy. La conclusione è netta. Nei documenti disponibili non esiste alcuna prova che colleghi AIPAC, i suoi dirigenti o qualunque gruppo filoisraeliano all’assassinio del presidente degli Stati Uniti.
La teoria complottista si è rafforzata soprattutto nel marzo 2025, quando Washington ha pubblicato una nuova tranche di documenti relativi al caso Kennedy. In rete si è rapidamente diffusa l’idea che il presidente fosse stato eliminato per impedire una presunta stretta contro il movimento filoisraeliano americano e per costringere AIPAC a registrarsi come agente di uno Stato straniero secondo il Foreign Agents Registration Act, noto con l’acronimo FARA.
Secondo questa ricostruzione, il movente sarebbe nato dalle audizioni condotte nel 1963 dalla Commissione Esteri del Senato guidata dal senatore J. William Fulbright. In quelle sedute si discuteva del rapporto tra la Jewish Agency, l’American Zionist Council e alcune attività di informazione e lobbying collegate a Isaiah Kenen, figura centrale del sionismo americano e fondatore di quella che sarebbe poi diventata AIPAC.
Tre mesi dopo quelle audizioni Kennedy venne assassinato a Dallas. Per alcuni ambienti antisemiti la successione temporale degli eventi sarebbe bastata a costruire un nesso causale. Lo studio di Barda mostra invece che tra le due vicende non esiste alcun collegamento documentale.
L’analisi entra nel dettaglio delle contestazioni avanzate all’epoca. Una delle questioni riguardava il finanziamento di abbonamenti alla newsletter Near East Report, pubblicazione creata da Kenen per informare parlamentari, giornalisti e opinion maker sulle questioni mediorientali. I critici sostenevano che quei fondi dimostrassero una forma di controllo straniero sulle attività di lobbying. La ricerca evidenzia però che gli abbonamenti acquistati attraverso l’American Zionist Council rappresentavano meno di un quarto della diffusione totale della pubblicazione e che il giornale disponeva di molte altre fonti di entrata.
Ancora più importante è il dato relativo all’autonomia organizzativa. Secondo la documentazione esaminata da Barda, AIPAC possedeva una propria struttura dirigente, una propria strategia politica e una propria capacità decisionale. In alcuni casi le sue posizioni divergevano persino da quelle auspicate dal governo israeliano. Lo studio ricorda, per esempio, che già nel 1952 Isaiah Kenen aveva respinto una proposta dell’ambasciatore israeliano Abba Eban, scegliendo una linea politica diversa per ottenere un consenso più ampio al Congresso americano.
Il lavoro affronta anche alcuni documenti che negli ultimi mesi sono stati utilizzati sui social come presunte prove nascoste. Uno dei più citati riguarda James Angleton, storico dirigente della CIA e referente dei rapporti con l’intelligence israeliana. Il memorandum richiamato dai teorici del complotto risale però al 1954, quasi dieci anni prima dell’assassinio di Kennedy, e non contiene alcun riferimento alla vicenda di Dallas.
Un altro episodio frequentemente evocato riguarda Homer S. Echevarria, esule cubano coinvolto in attività clandestine contro il regime di Fidel Castro. Anche in questo caso, le commissioni d’inchiesta americane interpretarono quei materiali nel contesto delle operazioni anticastriste e non trovarono alcun elemento che riconducesse a Israele, ad AIPAC o ad ambienti ebraici.
Lo studio di Barda offre anche una chiave di lettura più ampia. Le grandi teorie del complotto sull’omicidio Kennedy nacquero negli anni Sessanta e ruotavano attorno alla CIA, alla mafia o agli esuli cubani. Quella che coinvolge AIPAC è invece un prodotto dell’ecosistema digitale contemporaneo, dove l’antisemitismo tradizionale si mescola alla sfiducia verso le istituzioni e alla ricerca compulsiva di spiegazioni occulte.
L’idea che una lobby ebraica abbia eliminato un presidente americano per difendere i propri interessi politici si inserisce infatti in uno schema antico, fondato sull’attribuzione agli ebrei di un potere segreto capace di orientare governi, guerre e decisioni storiche. Lo studio pubblicato da Oxford non chiude certamente il dibattito sulle molte zone d’ombra che continuano a circondare l’assassinio di Kennedy. Chiude però, sulla base dei documenti oggi disponibili, una delle accuse più recenti e infondate emerse negli ultimi anni, ricordando che la distanza tra ricerca storica e propaganda può essere enorme, soprattutto quando il pregiudizio cerca conferme invece di cercare la verità.
L’ora dei dilettanti

