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New York, Mamdani attacca AIPAC e tornano i fantasmi dell’antisemitismo politico

Il nuovo sindaco accusa la lobby filo-israeliana di manipolare la democrazia americana e la definisce “mostri”, mentre cresce negli Stati Uniti il clima ostile verso Israele e gli ebrei

Rosa Davanzo

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New York, Mamdani attacca AIPAC e tornano i fantasmi dell’antisemitismo politico

«Non c’è bisogno di avere paura dei mostri». Quando il nuovo sindaco di New York Zohran Mamdani ha pronunciato queste parole davanti a una folla plaudente, il bersaglio non era un movimento estremista, né una dittatura straniera, né un gruppo violento. A essere indicata come un nemico da combattere era AIPAC, la principale organizzazione filo-israeliana degli Stati Uniti. Una scelta che ha immediatamente provocato polemiche e che riporta al centro del dibattito americano una questione sempre più delicata: il confine tra critica politica e riproposizione di antichi stereotipi antiebraici.

Mamdani, esponente dell’ala progressista americana e figura in rapida ascesa nel panorama politico statunitense, ha accusato AIPAC di investire «milioni di dollari di denaro oscuro» per mantenere il proprio potere e dividere il popolo americano. Nel suo intervento ha collegato l’attività della lobby filo-israeliana alle difficoltà economiche vissute da molti elettori e ha sostenuto che una parte significativa della politica estera degli Stati Uniti sarebbe influenzata dal denaro proveniente dall’organizzazione.

Parole che, prese singolarmente, potrebbero apparire come una critica a un gruppo di pressione. Inserite però in un contesto storico preciso, evocano immagini e accuse che accompagnano da secoli l’antisemitismo occidentale. L’idea di una ristretta élite che manipola governi, controlla la politica attraverso il denaro e agisce nell’ombra per perseguire interessi propri costituisce infatti uno degli archetipi più antichi della propaganda antiebraica, dai falsi dei Protocolli dei Savi di Sion fino alle teorie complottiste contemporanee che continuano a circolare in rete e negli ambienti estremisti.

A rendere ancora più significativa la vicenda è il luogo in cui tutto questo accade. New York ospita la più grande comunità ebraica del mondo al di fuori di Israele. Per decenni la città ha rappresentato uno dei simboli della convivenza americana e del sostegno bipartisan allo Stato ebraico. Oggi quel consenso appare sempre più fragile, soprattutto all’interno di una parte della sinistra statunitense che considera Israele una delle principali questioni divisive della politica nazionale.

Accanto a Mamdani, durante il comizio, era presente anche il senatore Bernie Sanders, ebreo e figura storica del progressismo americano. Sanders ha ribadito le proprie critiche ad AIPAC, sostenendo che una parte della politica estera americana sarebbe influenzata dal finanziamento dell’organizzazione. Le sue parole si inseriscono in una battaglia politica ormai aperta all’interno del Partito Democratico, dove il sostegno a Israele non rappresenta più quel terreno condiviso che aveva caratterizzato gran parte della storia politica americana del dopoguerra.

La controversia assume un peso ancora maggiore alla luce dell’aumento degli episodi antisemiti registrati negli Stati Uniti dopo il 7 ottobre 2023. Università, sinagoghe, centri comunitari e studenti ebrei sono diventati bersaglio di minacce, intimidazioni e aggressioni. Secondo i dati pubblicati dall’Anti-Defamation League, gli episodi di antisemitismo hanno raggiunto livelli senza precedenti negli ultimi anni.

In questo clima, il linguaggio utilizzato dai leader politici acquista un’importanza particolare. Criticare Israele o contestare l’azione di una lobby rientra pienamente nel dibattito democratico. Attribuire però a un’organizzazione ebraica un potere occulto capace di orientare la politica americana e presentarla come una forza mostruosa da combattere significa toccare corde che la storia conosce fin troppo bene.

La questione, in fondo, supera la figura di Mamdani. Riguarda la trasformazione del discorso pubblico occidentale e la crescente facilità con cui immagini e concetti un tempo confinati ai margini vengono riproposti in forme nuove e politicamente più accettabili. Quando un’organizzazione ebraica viene descritta come una forza oscura che controlla governi e influenza le sorti economiche di milioni di cittadini, il problema non riguarda soltanto Israele. Riguarda la capacità delle democrazie di riconoscere vecchi pregiudizi anche quando si presentano con parole nuove.