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Israele, il voto arabo cambia gli equilibri della Knesset

Le elezioni israeliane aprono nuovi scenari politici. I 19 seggi conquistati dai partiti arabi potrebbero essere decisivi per la formazione del governo

Giuliano Cazzola

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Israele, il voto arabo cambia gli equilibri della Knesset

La freddezza con cui i pro-Pal in servizio permanente effettivo e i loro manutengoli e prosseneti hanno accolto e commentato l’esito delle elezioni in Israele dimostra che a loro non interessa risolvere i problemi di quell’area travagliata da decenni di guerre, intifade, terrorismo in direzione del progetto «politicamente corretto» dei due popoli, due Stati. L’internazionale del «palestinismo» militante ha saltato il fosso dell’antisemitismo camuffato da antisionismo e ha sposato in pieno la dottrina «genocidaria» di Hamas per la distruzione dello Stato ebraico.

Le elezioni parlamentari del 27 ottobre hanno sbattuto in faccia al mondo una grande prova di democrazia, con un’elevata partecipazione al voto, in particolare dei cittadini arabi israeliani, i cui partiti sono stati i veri vincitori del confronto elettorale con la conquista di ben 19 mandati e con la possibilità di svolgere un ruolo chiave negli equilibri della nuova Knesset. È molto significativo che la minoranza araba abbia deciso di mobilitarsi nel contesto delle istituzioni democratiche israeliane. È un atto di patriottismo, una manifestazione di interesse per il futuro del Paese di cui sono cittadini con pieni diritti. È altrettanto strategica la scelta dei partiti arabi di dichiararsi disponibili a sostenere, anche dall’esterno, un eventuale governo guidato da Gadi Eisenkot, il quale, peraltro, si è dichiarato pronto ad accettare la sfida, nonostante le difficoltà presenti all’interno della sua coalizione.

Una nuova maggioranza sostenuta anche dai partiti arabi sarebbe una svolta clamorosa per tutto lo scenario medio-orientale. Ma se anche questa alleanza non fosse matura, è già importante che se ne parli e che vi sia comunque un apporto collaborativo tra le due componenti «nazionali» presenti alla Knesset.

In ogni caso, le elezioni un risultato lo hanno ottenuto: il Likud è ancora il primo partito, ma la coalizione che aveva la maggioranza e sosteneva il governo di Benjamin Netanyahu è stata sonoramente sconfitta: il blocco di destra può contare su 53 seggi, una cifra lontana dalla maggioranza assoluta di 61 seggi necessaria per governare. Ciò significa che l’estrema destra suprematista risulta, almeno per il momento, esclusa dalla possibilità di partecipare a una maggioranza di governo. Certamente è necessaria molta lungimiranza da parte di Eisenkot e del presidente Herzog per non sprecare questa opportunità e per riuscire ad evitare un ritorno alle urne nel giro di pochi mesi.

Non pretendiamo che i manifestanti pro-Pal arrivino a sostenere la possibile svolta nel quadro politico israeliano, ma almeno che lo facciano le diplomazie nell’interesse della normalizzazione e della pace.