Quanto costa davvero Israele agli Stati Uniti? Un nuovo studio del Misgav Institute for National Security and Zionist Strategy rimette in discussione uno degli argomenti più ricorrenti nel dibattito americano sugli aiuti militari allo Stato ebraico. Secondo l’analisi pubblicata il 27 ottobre e firmata da Noam Yakoby, il sostegno annuale ordinario a Israele risulta sensibilmente inferiore alle spese sostenute da Washington per mantenere le proprie forze armate in Europa e in alcuni paesi asiatici. Un confronto che acquista particolare importanza in vista della scadenza, nel settembre 2028, dell’attuale accordo bilaterale sugli aiuti militari.
Il finanziamento ordinario americano a Israele ammonta a 3,8 miliardi di dollari l’anno, dei quali 3,3 miliardi destinati all’acquisto di armamenti e 500 milioni alla cooperazione nella difesa antimissile. Una somma considerevole, che tuttavia assume proporzioni differenti quando viene accostata agli impegni militari statunitensi nel resto del mondo.
Secondo i dati dell’International Institute for Strategic Studies richiamati nel rapporto, nel 2018 Washington spendeva circa 29,1 miliardi di dollari l’anno per la propria presenza militare in Europa. Considerando anche ulteriori stanziamenti collegati alla NATO, la cifra raggiungeva i 35,8 miliardi. In Asia orientale, un’indagine del Government Accountability Office ha calcolato che tra il 2016 e il 2019 gli Stati Uniti hanno sostenuto costi medi annuali di circa 5,2 miliardi per il Giappone e 3,3 miliardi per la Corea del Sud.
La differenza riguarda soprattutto la natura degli impegni. Nei paesi europei e asiatici gli Stati Uniti mantengono basi permanenti e consistenti contingenti militari, mentre Israele provvede autonomamente alla propria difesa, senza ospitare un analogo dispositivo terrestre americano. Nel 2024, secondo lo studio, circa 80 mila militari statunitensi erano assegnati o dispiegati nei paesi europei della NATO, ai quali si aggiungevano circa 60 mila uomini in Giappone e 25 mila in Corea del Sud.
Anche il contributo israeliano alla propria sicurezza risulta particolarmente elevato. Nel 2024, durante la guerra seguita al massacro del 7 ottobre, la spesa militare israeliana ha raggiunto l’8,8 per cento del prodotto interno lordo, rispetto al 4,4 per cento del 2022. Nello stesso anno, la media delle spese militari dei paesi NATO era pari al 2,65 per cento del loro PIL complessivo.
Un altro aspetto riguarda la destinazione dei finanziamenti. Gran parte degli aiuti americani viene utilizzata per acquistare equipaggiamenti prodotti negli Stati Uniti, alimentando ordinativi per le industrie della difesa. L’eccezione che consentiva a Israele di spendere una quota dei fondi presso aziende nazionali viene progressivamente eliminata e scomparirà nel 2028.
Lo studio richiama inoltre i vantaggi che Washington ricava dalla collaborazione militare con Gerusalemme, soprattutto nello scambio di informazioni e nello sviluppo tecnologico. Sistemi israeliani di protezione dei mezzi corazzati, come Trophy e Iron Fist, sono stati adottati o integrati in programmi militari americani, mentre l’esperienza operativa israeliana viene esaminata dalle forze armate statunitensi per aggiornare procedure e capacità di combattimento.
Il rapporto riconosce che il confronto tra aiuti finanziari e costi delle basi all’estero presenta limiti metodologici, poiché le installazioni americane servono anche interessi strategici propri degli Stati Uniti. Ricorda inoltre che, dopo il 7 ottobre, Washington ha approvato finanziamenti straordinari che hanno portato gli stanziamenti militari destinati a Israele nell’anno fiscale 2024 a circa 12,5 miliardi di dollari.
La questione tornerà al centro del confronto politico quando Stati Uniti e Israele dovranno definire il futuro della cooperazione militare. Yakoby invita a considerare, accanto ai trasferimenti finanziari, il valore delle capacità israeliane per la sicurezza americana. Una valutazione destinata a incidere sul dibattito relativo alla prosecuzione degli aiuti e alla loro eventuale riduzione graduale.

