Per anni le denunce sulla violenza dei coloni estremisti in Cisgiordania sono arrivate soprattutto dalla sinistra israeliana, dalle organizzazioni per i diritti umani e dagli attivisti palestinesi. Adesso a pronunciare alcune delle accuse più dure sono generali, ex dirigenti dei servizi di sicurezza, diplomatici e uomini che hanno trascorso buona parte della propria vita professionale difendendo Israele.
Il New York Times ha dedicato un’ampia inchiesta al fenomeno, costruita anche attraverso le testimonianze di alcuni protagonisti dell’apparato militare israeliano. Fra loro c’è il generale della riserva Eyal Ben Reuven, già comandante di una divisione in Cisgiordania e delle forze terrestri durante la seconda guerra del Libano.
Negli ultimi mesi Ben Reuven ha partecipato a visite nei villaggi palestinesi insieme ad altri ex ufficiali. Ha visto una scuola saccheggiata e distrutta, incontrato pastori e agricoltori che raccontano aggressioni, furti di greggi e impossibilità di raggiungere le proprie terre.«Quello che i coloni stanno facendo qui è la vera minaccia per Israele», ha detto al quotidiano americano. «Mi preoccupa più dell’Iran, di Gaza o del Libano».
Parole ancora più pesanti sono state pronunciate da altri ex comandanti. Efraim Sneh, generale della riserva ed ex ministro, ha definito quanto sta accadendo «pulizia etnica». Assaf Agmon, già alto ufficiale dell’aeronautica, ha evocato l’esperienza della persecuzione degli ebrei in Europa, precisando di non volere paragonare la dimensione delle violenze, bensì il tentativo, che attribuisce agli estremisti, di cancellare la presenza palestinese da determinate zone della Cisgiordania.
La novità sta soprattutto nell’identità di chi parla. Secondo il New York Times, si sta formando un gruppo ancora minoritario ma in rapida crescita di personalità israeliane provenienti dalle forze armate, dall’intelligence, dalla diplomazia e dalla magistratura convinte che l’assenza di un’efficace applicazione della legge contro gli estremisti stia diventando una minaccia per lo stesso carattere democratico dello Stato.
A giugno oltre duecento personalità israeliane hanno firmato una lettera nella quale compaiono espressioni come «terrorismo ebraico» e «pulizia etnica». Fra i firmatari figurano ex primi ministri, più di trenta generali ed ex alti ufficiali, precedenti responsabili del Mossad e dello Shin Bet, rabbini, intellettuali e personalità della cultura. Alcuni hanno posizioni tutt’altro che pacifiste sulla sicurezza di Israele. È questo a rendere particolarmente difficile liquidare le loro accuse come espressione dell’antagonismo tradizionale verso il movimento degli insediamenti.
A organizzare numerose visite nei villaggi palestinesi è il generale della riserva Yaakov Mendi Or, che ha prestato servizio per anni in Cisgiordania e successivamente si è occupato del controllo dell’apparato della difesa presso l’ufficio del revisore dello Stato. Nell’ultimo anno, sostiene, più di 250 ex ufficiali, uomini dell’intelligence, giuristi, economisti e diplomatici hanno partecipato ai suoi sopralluoghi. Prima di partire Or avverte i partecipanti: dopo avere visto, potranno scegliere se tacere oppure raccontare.
Uno dei luoghi visitati è la comunità di Hammamat al-Malih, nella Valle del Giordano. A febbraio vi abitavano ancora alcune famiglie palestinesi. A marzo anche gli ultimi residenti avevano abbandonato il villaggio dopo una serie di incursioni, furti e aggressioni. Secondo testimonianze raccolte da attivisti e residenti, successivamente sarebbe stata demolita anche la scuola.
Nehemia Dagan, generale della riserva, tra i fondatori dell’unità elicotteri dell’aeronautica ed ex capo dell’educazione dell’IDF, ha reagito con parole durissime: «Quando bruci libri, quando distruggi il sapere e attacchi bambini, sei come i tedeschi. Abbiamo perso noi stessi». La sua conclusione è politica: separazione dai palestinesi e due Stati. «Non per loro. Per noi».
Ancora più provocatoria era stata qualche settimana fa la dichiarazione dell’ex capo di Stato maggiore ed ex ministro della Difesa Moshe Ya’alon. Parlando dell’ideologia degli ambienti più estremisti del movimento dei coloni aveva detto: «Che cos’è la supremazia ebraica? Ottant’anni dopo la Shoah, è un Mein Kampf rovesciato. La razza padrona siamo noi».
I dati delle Nazioni Unite indicano un forte aumento delle aggressioni dei coloni dopo il 7 ottobre 2023 e, nel 2026, un’accelerazione degli sfollamenti delle comunità palestinesi. Sono numeri che vanno letti insieme a un quadro di violenza molto più vasto, nel quale continuano anche gli attentati palestinesi contro israeliani e le operazioni militari dell’IDF.
L’esercito respinge categoricamente l’accusa di sostenere gruppi violenti. La sua missione, ha dichiarato al New York Times, è proteggere tutti gli abitanti dell’area. Un soldato che partecipi a un’aggressione compiuta da coloni o rimanga passivo mentre avviene, precisa l’IDF, agisce in «totale contraddizione» con gli ordini ricevuti. Anche Benjamin Netanyahu, dopo le recenti aggressioni nel villaggio di Qusra, ha condannato gli episodi criminali, sostenendo che una «minoranza» di violenti provoca un danno enorme alla grande maggioranza dei coloni rispettosi della legge e all’immagine internazionale di Israele.Proprio qui si trova ormai il cuore dello scontro. Non riguarda più soltanto la legalità degli insediamenti o il futuro politico della Cisgiordania. Riguarda ciò che Israele vuole essere.
Assaf Agmon, che ha perso il nipote, il sergente Gur Kehati, combattendo in Libano, rivendica per questo il diritto di dirlo senza mezzi termini: «La mia famiglia e io abbiamo pagato il prezzo più alto per questo Paese. Mi vergogno di quello che la nostra gente sta facendo qui».