Home > In evidenza > Israele cancellato dalle mappe, la memoria resta

Israele cancellato dalle mappe, la memoria resta

Nel romanzo distopico di Daniela Santus il mondo del 2057 ha dimenticato Israele e gli ebrei. Ma sotto la terra sopravvive ciò che nessun potere è riuscito a cancellare

Antonio Danese

Tempo di Lettura: 3 min
Israele cancellato dalle mappe, la memoria resta
Iimmagine generata con AI

Siamo a Ulm, nel 2057. Il Danubio non scorre più da trent’anni, le mappe sono state bruciate e il mondo è diviso tra due Sistemi, il Directorate e il Covenant, nati per garantire la pace e diventati macchine per amministrare l’oblio. Terennik Weiss, fisica nucleare, passa le notti nel seminterrato della biblioteca municipale, tra i libri scartati e dimenticati. In una scatola trova un foglio piegato in quattro: una carta geografica del 2025, con i fiumi in blu e il nome di un Paese che il mondo crede scomparso: Israele. Lo scritto a matita nell’angolo è di Johan, il ragazzo che amava e che quattordici anni prima era stato spedito nell’altro Sistema.

Comincia così Il pozzo di Miriam (Lindau), esordio narrativo di Daniela Santus, che insegna Geografia culturale all’Università di Torino e da anni studia i paesaggi del trauma. Si vede: è un romanzo che sa leggere la geografia. Sa che una città può essere ricostruita identica e restare vuota, che un fiume cancellato dalle carte lascia comunque il suo letto, che le pietre ricordano anche quando agli uomini è stato ordinato di dimenticare.

Il mondo immaginato dall’autrice non è lontano dal nostro ed è il suo pregio più inquietante. A Ulm si diffonde un virus e la colpa è degli scienziati: in strada si grida «chiudiamo i laboratori» e «morte ai sionisti», anche se nessuno sa più cosa significhi quella parola. Si dà per certo che gli ebrei non esistano più, eppure restano il colpevole ideale: assenti e comunque accusati, come solo l’odio sa fare. Il romanzo mostra come funziona il meccanismo: nulla cambia nei secoli. Dagli untori ai pozzi avvelenati, fino al futuro dei social e degli algoritmi.

Il titolo gioca con questa ironia amara. I pozzi che per secoli gli ebrei sono stati accusati di avvelenare diventano l’ultima speranza di un mondo assetato.
Ma Il pozzo di Miriam non è un requiem. Nella tradizione rabbinica il pozzo di Miriam seguiva il popolo d’Israele nel deserto e il romanzo racconta che nulla di ciò che si credeva finito lo è davvero: sotto la sabbia e sotto la roccia di Yerushalaim, città «sepolta e viva», qualcuno ha custodito per trent’anni persone, lingue, scienza e nomi. E memoria. È una storia di rinascita: di un popolo, di una terra, di un’acqua che ricomincia a scorrere. Perché il popolo d’Israele vive.

La struttura è divisa in cinque parti. La prima è dedicata a Terennik; la seconda a Johan, climatologo cresciuto nel Covenant, che insegue coordinate cifrate e la fotografia di un antenato che fece la scelta giusta quando poteva costargli la vita; nella terza i due si ritrovano tra deserto e acqua che sgorga dalle rocce; la quarta e la quinta allargano il racconto in un coro: vecchi scienziati che a Brema sabotano dall’interno le liste degli arresti e un’esperta di intelligence che opera da Varanasi.

Del finale non anticipo nulla: va scoperto pagina dopo pagina. Il ritmo è quello del thriller, ma Santus non rinuncia all’ironia: la gatta Sophie che punisce gli intrusi, il drape, copertura da testa a piedi imposta alle donne, ribattezzato «lo straccio», le fiabe riscritte dal ministero dell’Istruzione. E poi le intelligenze artificiali evolute fino a distinguere il bene dal male, custodi di ciò che il mondo voleva cancellare.

Non è un libro ingenuo: la rinascita ha un prezzo e l’odio non è mai del tutto sconfitto. Ma i lettori lo riconosceranno come un romanzo necessario, perché ricorda che il negazionismo è un progetto e non un’opinione e che la memoria è resistenza, ostinata e quotidiana. Da leggere, senza dimenticare la dedica: a Hersh Goldberg-Polin.