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Douglas Murray, ovvero chiamare le cose con il loro nome

In Democrazie e culti della morte il giornalista britannico racconta il 7 ottobre, Israele e Hamas e mette sotto accusa un Occidente che ha smarrito la capacità di distinguere la vittima dal carnefice

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 4 min
Douglas Murray, ovvero chiamare le cose con il loro nome
Iimmagine generata con AI

Se qualcuno mai dovesse cercare il conforto dell’equidistanza, eviti di leggere Douglas Murray il quale sul 7 ottobre ha scelto da che parte guardare il mondo, e lo ha fatto dopo essere andato a vedere, ascoltare, interrogare. È stato nei luoghi del massacro, è entrato a Gaza al seguito delle forze israeliane, ha parlato con sopravvissuti, familiari degli ostaggi, militari, responsabili politici. Democrazie e culti della morte. Israele, Hamas e il futuro dell’Occidente nasce da questa immersione nei fatti e da una convinzione che attraversa ogni pagina: di fronte al male, la prima responsabilità intellettuale consiste nel riconoscerlo e chiamarlo con il suo nome.

Il libro, uscito originariamente nel 2025 e pubblicato in Italia da Guerini e Associati nell’edizione curata da Corrado Ocone, parte dal 7 ottobre 2023, però il suo vero oggetto è più vasto. Murray vuole capire che cosa quell’evento abbia rivelato di Israele, di Hamas e soprattutto di noi. Dell’Occidente, delle nostre democrazie, delle università, dell’informazione, degli intellettuali, di quella parte dell’opinione pubblica che davanti alla strage ha impiegato pochissimo tempo per spostare lo sguardo dai massacrati ai massacratori e poi, con velocità ancora maggiore, per trasformare Israele nell’imputato.

La tesi è del resto racchiusa già nel titolo. Da una parte una società che, con tutti i propri errori e contraddizioni, attribuisce valore alla vita; dall’altra un movimento islamista che ha fatto del martirio, della morte del nemico e del sacrificio dei propri stessi cittadini uno strumento politico. Murray prende sul serio Hamas e prende sul serio ciò che dice, ciò che scrive, ciò che ha fatto. Rifiuta quella curiosa abitudine occidentale per cui, davanti al fanatismo, ci affrettiamo a spiegare che chi lo proclama in fondo vuole dire qualcos’altro.

È qui che il libro diventa particolarmente importante. Murray sfida il conformismo proprio sul terreno sul quale il conformismo si considera moralmente inattaccabile. Contesta la lettura automatica del conflitto attraverso lo schema oppressore-oppresso, rifiuta di misurare la moralità contando semplicemente i morti, mostra l’assurdità di pretendere da una democrazia assediata una perfezione bellica che nessun’altra democrazia ha mai posseduto. E soprattutto domanda perché una parte dell’Occidente abbia riservato tanta comprensione a chi il 7 ottobre ha assassinato, rapito e violentato e tanta furia a chi quel massacro lo ha subito.

Se qualcuno vorrà dissentire da Murray, lo faccia. Non sarò certo io a scandalizzarmi. Ma a che nessuno passi per la testa di definirlo un commentatore da scrivania perché il cuore del volume è il reportage: Murray è andato dove si combatteva, ha incontrato chi aveva visto, sofferto, combattuto. Ha cercato di ricostruire anche come sia stato possibile il catastrofico fallimento israeliano del 7 ottobre, interrogando dirigenti politici, militari ed esperti dell’intelligence.

Poi c’è la scrittura. Murray possiede una qualità che nei saggi politici contemporanei scarseggia, e cioè la potenza espressiva. Scrive con precisione, ritmo, ironia e una rabbia tenuta quasi sempre sotto controllo. Sa che un argomento diventa più forte quando è formulato chiaramente e che cento cautele lessicali possono servire soprattutto a nascondere l’assenza di pensiero. La sua prosa ha qualcosa di tagliente: procede, accumula prove, individua le contraddizioni e a un certo punto affonda il coltello.

E c’è infine il coraggio. Parola fin troppo abusata, certo, che però in questo caso significa una cosa concreta. Murray è britannico, non è ebreo, non è israeliano. Avrebbe potuto scegliere la posizione più comoda, quella delle equidistanze che garantiscono approvazione e riducono i rischi e invece ha scelto di esporsi. Da anni interviene contro l’antisemitismo e in difesa di Israele; dopo il 7 ottobre ha trasformato quella posizione in presenza fisica, reportage e testimonianza.

Democrazie e culti della morte parla dunque di Israele e Hamas, e parla moltissimo di noi. La domanda che lascia al lettore è inquietante: una civiltà che dubita continuamente dei propri valori possiede ancora la forza necessaria per difenderli da chi quei valori vuole distruggerli? Douglas Murray la sua risposta l’ha data. È una risposta che disturba, provoca, talvolta irrita e forse proprio per questo vale la pena leggerla.