Belfast si è svegliata tra automobili carbonizzate, abitazioni devastate e famiglie terrorizzate dopo una notte di violenze che rischia di segnare un punto di svolta nel già delicato dibattito britannico sull’immigrazione. A innescare la rabbia è stato un video diffuso sui social network che mostra un uomo originario del Sudan mentre tenta di uccidere un residente scozzese nel centro della città. Le immagini hanno provocato un’ondata di indignazione che nel giro di poche ore si è trasformata in una vera e propria caccia agli immigrati in alcuni quartieri della capitale nordirlandese.
Al centro della vicenda c’è Stephen Ogilvie, cittadino scozzese sulla quarantina, ricoverato in condizioni critiche dopo essere stato accoltellato in strada. Secondo quanto riportato dalla stampa britannica, Ogilvie viveva in un complesso di edilizia popolare e soffriva di diversi problemi di salute, tra cui una grave perdita dell’udito. I vicini raccontano che conduceva una vita solitaria e che avrebbe dovuto trasferirsi in una nuova abitazione il 15 giugno.
Nel filmato, che ha rapidamente raggiunto milioni di visualizzazioni, si vede l’aggressore piegato sopra la vittima sanguinante nel mezzo della carreggiata. Una donna gli urla di fermarsi mentre alcuni passanti assistono impotenti alla scena. Pochi istanti dopo si sente qualcuno gridare che l’uomo sta tentando di tagliare la gola alla vittima. L’intervento di alcuni presenti riesce infine a bloccare l’assalitore, che viene immobilizzato e successivamente arrestato dalla polizia.
Le autorità hanno identificato l’aggressore come un cittadino sudanese arrivato a Belfast nel 2023 dopo avere attraversato il confine dalla Repubblica d’Irlanda. Secondo le ricostruzioni dei media britannici, l’uomo era giunto inizialmente a Dublino da Parigi e aveva poi sfruttato il Common Travel Area, il sistema di libera circolazione tra Irlanda e Regno Unito, per trasferirsi in Irlanda del Nord. Dopo avere presentato domanda di asilo, aveva ottenuto nel settembre del 2023 un permesso di soggiorno quinquennale come rifugiato.
La polizia sottolinea che al momento non esistono elementi che facciano pensare a un attentato di matrice islamista. Tuttavia il contesto nel quale si è verificata l’aggressione ha contribuito ad amplificare enormemente la reazione pubblica. L’immigrazione è infatti diventata uno dei temi più controversi del dibattito politico britannico e rappresenta uno dei principali motori della crescita elettorale di Reform UK, il partito guidato da Nigel Farage.
La rabbia accumulata è esplosa nella notte tra martedì e mercoledì. Centinaia di manifestanti, molti dei quali con il volto coperto, sono scesi in strada nei quartieri orientali di Belfast. Secondo la BBC, gruppi di uomini hanno percorso alcune vie della città lanciando bottiglie, mattoni e oggetti incendiari. Diverse abitazioni appartenenti a immigrati o a famiglie di origine straniera sono state prese di mira. Porte e finestre sono state distrutte, mentre alcune case sono state incendiate dopo che gli occupanti erano stati costretti a fuggire.
Le testimonianze raccolte sul posto descrivono scene che hanno ricordato a molti osservatori episodi di violenza etnica. Paul Doherty, consigliere comunale di Belfast Ovest, ha raccontato di avere aiutato una famiglia con quattro bambini a lasciare la propria abitazione dopo che i rivoltosi avevano appiccato il fuoco all’edificio. I minori, ha spiegato, sono rimasti profondamente traumatizzati.
Tra gli obiettivi figurano anche attività commerciali gestite da immigrati. Un supermercato mediorientale è stato dato alle fiamme, mentre una barberia turca ha subito gravi danni. In un episodio riportato dai media britannici, alcuni manifestanti stavano per incendiare un’automobile quando una residente ha spiegato che apparteneva a un cittadino locale. Solo allora hanno rinunciato.
La parlamentare britannica Claire Hanna ha definito quanto accaduto un “pogrom razzista”, mentre la prima ministra dell’Irlanda del Nord, Michelle O’Neill, ha condannato con fermezza gli attacchi. In una dichiarazione diffusa nelle prime ore del mattino, O’Neill ha affermato che nessuna circostanza può giustificare gruppi di uomini mascherati che incendiano abitazioni per costringere famiglie a lasciare le proprie case.
La vicenda ha riaperto anche il dibattito sul Common Travel Area, il sistema di libera circolazione nato dagli accordi del Venerdì Santo che permisero di mettere fine a decenni di conflitto tra unionisti e repubblicani. Esponenti conservatori e attivisti contrari all’immigrazione chiedono ora una revisione delle regole che consentono di attraversare liberamente il confine tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord.
Chris Philp, ministro dell’Interno del governo ombra conservatore, ha dichiarato che ogni vulnerabilità nel controllo della frontiera irlandese si traduce automaticamente in una vulnerabilità per il Regno Unito. Le sue parole riflettono un sentimento sempre più diffuso in una parte dell’opinione pubblica britannica, convinta che il sistema attuale favorisca ingressi difficili da monitorare.
Le autorità cercano intanto di evitare che la situazione degeneri ulteriormente. Belfast resta sotto stretta sorveglianza e la polizia teme nuove manifestazioni nelle prossime ore. Sullo sfondo rimane una domanda che va oltre il singolo episodio criminale. Quanto può resistere la coesione sociale di una società già attraversata da tensioni identitarie, difficoltà economiche e un dibattito sull’immigrazione sempre più acceso? Le strade annerite di Belfast suggeriscono che quella risposta potrebbe essere più fragile di quanto molti fossero disposti ad ammettere.

